Il posto al fianco di Dario Franceschini, quello che Pier Luigi Bersani ha occupato per tutta la scorsa legislatura e durante la seduta inaugurale dell’attuale, rimane libero fino a quando l’ex segretario del Pd non entra nell’Aula della Camera e si dirige altrove. Nemmeno un attimo di titubanza. Sale i gradini diretto verso le file più alte e si siede al fianco del capogruppo Roberto Speranza. Uno dei suoi fedelissimi. È lo stesso posto che occupava durante la votazione che ha rieletto Giorgio Napolitano e dove i fotografi lo hanno immortalato mentre piangeva (ma il suo staff e la moglie hanno smentito, Pier Luigi non piange mai). Meno al centro della scena. Più da deputato semplice che da leader di partito. Da lì Bersani ascolta il discorso del presidente della Repubblica. Applaude (non sempre), talvolta commenta, con il viso teso che mai, nemmeno una volta, si scioglie in un sorriso. E alla fine liquida i giornalisti con una frase di circostanza: «Ottimo. Ha detto benissimo quel che doveva dire». Dopotutto non sono certo parole dolci quelle che Napolitano ha riservato al Pd. Il «vincitore» di un premio di maggioranza «abnorme», che non è riuscito «a governare una simile sovra-rappresentanza in Parlamento». Il partito che continua a vivere con una «sorta di orrore ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse». È vero che Re Giorgio non ha risparmiato stoccate al resto del panorama politico nazionale, ma al Pd ha riservato un’attenzione tutta particolare. Dopotutto è inutile negarlo: è colpa dei Democratici, delle loro divisioni, se oggi l’Italia «incorona» il primo Capo dello Stato della storia della Repubblica costretto ad accettare un secondo mandato. Divisioni che, nonostante l’aut aut del Capo dello Stato, non accennano a ricomporsi. Anzi, l’impressione è che oggi pomeriggio, quando alle 17 si riunirà la Direzione nazionale del Pd al Nazareno, la resa dei conti sarà inevitabile. Per l’occasione è arrivato a Roma anche Matteo Renzi che ieri mattina si è fatto annunciare da una lunga intervista a Repubblica in cui ha descritto la sua idea di partito e ha aperto ad un governo di scopo con il Pdl che si occupi anzitutto dell’emergenza lavoro, ma che, in un arco temporale di un anno, vari una riforma dello Stato in senso semipresidenziale. Parole che da molti all’interno del Pd sono state ufficialmente definite come un utile contributo alla discussione, ma che confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, che il sindaco di Firenze ha iniziato la sua corsa verso la leadership del centrosinistra e la guida del Paese. Più da presidente della Repubblica sul modello francese che da premier. A conferma di questo arrivano anche le dichiarazioni che il rottamatore rilascia ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7. «Il Pd - spiega - ha sicuramente toccato il fondo questa settimana, ma penso che possa ripartire, dare al Paese quello che da 10 anni promettiamo. Il Pd deve scegliere se stare nel governo da protagonista. Penso che il centrosinistra debba smettere di vivere di paura e contrasti. Dobbiamo dire "purtroppo non abbiamo vinto le elezioni e non possiamo andare alle elezioni, ci tocca governare con altri, come abbiamo fatto dal 2011 al 2013"». Quindi un paio di battute sul suo futuro: «L’ipotesi che io diventi premier non è in questo momento in discussione, non credo sia un’ipotesi in campo. Credo che il centrosinistra abbia dovere di proporre un candidato premier. Non c’è alcun dubbio che Enrico Letta sarebbe un ottimo presidente». «Io segretario? - prosegue - Non so come funzionerà. Non credo di essere particolarmente portato per fare il segretario del Pd vecchio stile. Se il Pd è quello che abbiamo visto in questi anni no. Se invece il Pd e' una cosa che serve al Paese...» Insomma Renzi è pronto. E con lui Fabrizio Barca che ieri sera ha visitato la sede Pd di via dei Giubbonari dove si è recentemente iscritto spiegando che il partito «ha un futuro» e che il sindaco non è certo «un avversario». Anche perché, a breve, Renzi e Barca potrebbero trovarsi su due lati diversi della barricata. Il rischio scissione è più che concreto e decisiva sarà la partita del governo. Il Pd è con le spalle al muro. O fa un esecutivo con il Pdl, o dovrà fare i conti con l’ira di Napolitano. E con lo spettro delle urne. Qualcuno, come Matteo Orfini e Pippo Civati continuano ad opporsi nettamente al governissimo, ma l’impressione è che alla fine, davanti alla prospettiva di un «tutti a casa», anche i più duri si ammorbidiranno e i dissidenti saranno veramente pochissimo. Dopo l’affondo di Re Giorgio sembra esserci qualche chance in più per la nascita di un esecutivo in grado di ottenere la fiducia dei due rami del Parlamento. Il nodo da sciogliere è quello del premier e, come spiega un deputato Pd, per evitare l’implosione il partito dovrà trovare «non il nome che ha più voti, ma quello che ha meno veti».
E il Pd finisce con le spalle al muro
Il partito davanti ad un bivio: o supera le divisioni e trova l’intesa con il Pdl, o si scontra con Napolitano. Oggi la Direzione per la definitiva resa dei conti
