Politica

Bentornato Presidente Sinceramente

di Francesco Damato Specie dopo averne sentito il commosso e commovente discorso di vigoroso avvio del suo secondo mandato, davanti ad un Parlamento che lo aveva rieletto sabato con una maggioranza...

Specie dopo averne sentito il commosso e commovente discorso di vigoroso avvio del suo secondo mandato, davanti ad un Parlamento che lo aveva rieletto sabato con una maggioranza altissima, fatta di quei 738 voti contro i 217 francamente sprecati a Stefano Rodotà, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si merita un sincero e liberatorio bentornato. Che potrà forse apparire un saluto improprio di fronte alle poche ore trascorse dalle dimissioni che egli ha dovuto formalizzare ieri mattina per accelerare la chiusura del primo e l’inizio del secondo settennato. O, più concretamente, di fronte ai 23 giorni trascorsi dal 30 marzo, quando il capo dello Stato, ancora fermo nella indisponibilità ad una rielezione, decise di concludere di fatto il proprio lavoro congelando la crisi di governo con la nomina di due gruppi di esperti. Che furono incaricati di lavorare - disse lui stesso - per il suo successore, vero destinatario di indicazioni programmatiche auspicabilmente utili a individuare una nuova e larga maggioranza. Ma è un bentornato per niente eccessivo. La sera di venerdì scorso, con il tonfo della candidatura di Romano Prodi, l’ultimo atto della penosa gestione della corsa presidenziale da parte del segretario finalmente dimissionario del Pd Pier Luigi Bersani, fu evidente anche ai più sordi o ciechi, fatta eccezione per i quasi extraterrestri grillini e vendoliani, l’enorme vuoto politico che Napolitano, suo malgrado, stava lasciando. E che il giorno dopo, letteralmente supplicato da attori e comparse della tragedia cominciata con il naufragio della candidatura di Franco Marini, pur concordata con il centrodestra, «Re Giorgio» si è lasciato convincere a colmare con la sua esperienza e con il suo prestigio, alla sua età. E con l’amarezza, per non dire di più, procuratagli da quel misto di doppiezza e insensibilità che gli era toccato di cogliere negli ultimi anni davanti ai suoi ripetuti appelli alla coesione, alla responsabilità e al realismo. Questi appelli, lasciati «imperdonabilmente» cadere, come egli stesso ha lamentato parlando in particolare della disattesa necessità di riformare una legge elettorale che merita il nome di porcata attribuitogli già nel 2005 dal maggiore dei suoi estensori, l’allora ministro leghista delle Riforme Roberto Calderoli, sono stati ieri rilanciati e rafforzati al cospetto dei suoi «grandi elettori» dal presidente. Il quale, con la severità mista di un professore alle prese con una scolaresca svogliata e di un medico che prescrive al paziente una pesante e improcrastinabile terapia, ha avvertito tutti, minacciando chiaramente le sue dimissioni o le elezioni anticipate, che i giochi ora sono davvero finiti. A cominciare da quelli del partito dove si trovano i suoi migliori riferimenti storici, il Pd. Ma che più filo da torcere gli ha paradossalmente dato durante il suo primo mandato.

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