Ora la formazione del nuovo governo. Scontato che il presidente Napolitano voglia fare in fretta e questa volta non troverà ostacoli sulla sua strada. La sua rielezione lo pone in una posizione che non ha precedenti nella storia della Repubblica. Il fatto che la sua conferma scaturisca dal fallimento di Bersani di trovare un candidato condiviso con il Pdl, che emerga come unico ancoraggio nel pieno di una crisi politica profonda, gli co nferisce un potere enorme che travalica implicitamente le prerogative definite dalla Carta Costituzionale. Il che vuol dire che i partiti dopo essere andati in «processione» al Quirinale per implorare Napolitano ad accettare la riproposizione della sua candidatura, da ora avranno le mani legate. La standing ovation e il lungo applauso scattato come un atto liberatorio, quando i voti su Napolitano hanno superato il quorum, sono quasi il segno della resa dei partiti. Da ora in poi tutto è nelle mani del Capo dello Stato. Sarà lui il dominus e il garante della stabilità del Paese. Nessuno potrà opporsi o contrastare le prossime mosse di King George. Chi avrà l’ardire di votare contro il candidato premier che Napolitano indicherà? Avrà il coraggio il MoVimento 5Stelle di mettersi di traverso? È evidente che il presidente accettando un secondo mandato, abbia avuto, nel corso dei colloqui al Quirinale con Berlusconi e Bersani, ampie rassicurazioni sulla collaborazione dei partiti sia per la formazione del nuovo governo sia per il programma che questo dovrà presentare e attuare. Il governo conterrà esponenti di Pd e Pdl, sarà il governo del presidente. In pole position come premier ci sono Enrico Letta con Angelino Alfano vice e Giuliano Amato. Tra i ministri potrebbe rientrare anche qualche «saggio», ovvero qualcuna di quelle personalità che Napolitano ha scelto per mettere a punto le linee guida del programma del nuovo governo. Quindi tutto è nelle mani di Napolitano. Il Pd, in stato comatoso, e uscito sconfitto da questa partita con un segretario e l’intera segreteria dimissionari, non potrà condizionare le scelte del Capo dello Stato. Ma anche Berlusconi non è nelle condizioni di porre veti. Il programma c’è già. È quello dei saggi nominati sempre da Napolitano per mettere a punto l’agenda per il prossimo governo. È prevedibile che il Capo dello Stato approfittando della forza che gli viene dal fatto di essere stato spinto a ripresentarsi, possa riuscire a mandare in porto quelle riforme che altrimenti sarebbe molto difficile attuare. È il caso della nuova legge elettorale. Se il governo sarà di scopo con alcuni punti chiave, quello della riforma del sistema del voto ma anche del finanziamento dei partiti potrebbero rientrare tra le priorità. Ma tra queste ci sono innanzitutto quelle dell’economia. C’è il nodo del rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, degli esodati, dei rimborsi dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese. C’è da stimolare l’economia e da ridurre la pressione fiscale ma compatibilmente con i rigidi binari europei di riduzione del debito. Domani la reazione della Borsa darà la misura di come gli investitori internazionali vedono la conferma di Napolitano.
Ora il nuovo governo per riforme e crescita
Tutto è nelle mani del Capo dello Stato In pole position Letta con Alfano vice
