Politica

Bersani va in pensione Il Pd dà il via al congresso ed è sfida Renzi-Barca

Letta: «Tutta la segreteria si è dimessa. Ora basta divisioni e trabocchetti». Ma c’è il rischio scissione

Alla fine è crollato. Quando Giorgio Napolitano è diventato ufficialmente il dodicesimo presidente della Repubblica, il primo della storia italiana ad essere rieletto, Pier Luigi Bersani si è coperto gli occhi con la mano, ha abbassato la testa, è ha pianto. Meno di 24 ore prima, davanti ai grandi elettori democratici radunati al teatro Capranica, aveva annunciato le proprie dimissioni da segretario spiegando che sarebbero diventate operative un minuto dopo l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Sembrava dovessero passare giorni. Invece l’attesa non è stata lunga. E qualche deputato Pd, con una certa dose di cinismo, ironizza: «Pur di non avere più Pier Luigi tra i piedi anche Giorgio Napolitano si è convinto a farsi rieleggere». Certo, ora gli organismi del partito dovranno discuterne, ma difficilmente chiederanno al leader di rimanere. Un po’ perché mercoledì 24 aprile Bersani sarebbe comunque arrivato alla fine del proprio mandato (e lui aveva già spiegato che si sarebbe fatto da parte). Un po’ perché il congresso per la scelta del successore, anche se non ancora ufficialmente convocato, è già ampiamente iniziato. Non a caso, mentre Silvio Berlusconi festeggia con i suoi la «vittoria» di aver costretto i Democratici a piegarsi alla logica delle larghe intese, il vicesegretario del Pd Enrico Letta si presenta davanti ai microfoni del Tg3 e annuncia: «L’intera segreteria del Pd si è dimessa e andremo al congresso». «C’è da fare una grande pulizia - aggiunge poco dopo -. Da domani si ragionerà sulle vicende interne al partito, ma basta divisioni e trabocchetti. Dobbiamo capire i disastri, i franchi tiratori...quando il Pd è unito il Paese trova soluzioni, quando il Pd si divide il Paese si impalla. Oggi abbiamo reagito con unità e c’è stata un’ottima soluzione, abbiamo eletto un grande presidente». L’impressione, però, è che non sarà semplice superare le spaccature. Anche perché alle diverse visioni politiche si sono sovrapposte questioni personali che rendono impossibile il dialogo. Così si comincia a ragionare seriamente sull’ipotesi di una scissione. Con una parte della sinistra del partito destinata all’abbraccio definitivo con Nichi Vendola, ma anche con l’anima «grillina» che, delusa dalla rielezione di Napolitano, potrebbe decidere di approdare fin da subito al gruppo Misto. Forse è solo la rabbia del momento e alla fine non ci sarà alcuna fuoriuscita. Di certo c’è che per il dopo-Bersani ci sono già due candidati in pista: Matteo Renzi e Fabrizio Barca. Nomi non nuovi che ieri, per la prima volta, si sono trovati ad incrociare le armi. A lanciare il guanto di sfida è stato il ministro della Coesione territoriale che, proprio mentre il Pd si preparava a votare Re Giorgio (non senza il timore di qualche franco tiratore), ha scritto su Twitter: «Incomprensibile che il Pd non appoggi Stefano Rodotà o non proponga Emma Bonino». Un vero e proprio attacco alla linea del segretario, ma anche a Napolitano con cui, si dice, Barca sia in ottimi rapporti. In realtà c’è chi lo considera un peccato di ingenuità. Un tentativo, con tempi sbagliati, di strizzare l’occhio a sinistra. E non è un caso che il primo a reagire sia proprio Nichi Vendola che invita Bara ad un’assemblea, l’8 maggio, per «avviare un nuovo percorso e un nuovo cantiere e ricostruire la tela della sinistra di cui abbiamo bisogno». Altrettanto scontata da reazione di Renzi: «L’opinione del mio amico Barca è rispettabile, ma più che altro è finalizzata a schieramenti interni. È un intervento che giudico non puntuale, almeno nei tempi». Ma il sindaco non si ferma qui. «Le vicende di questi giorni fanno pensare che o la politica cambia, o salta in aria - prosegue -. Adesso è il momento di provare a fare finalmente cose finora solo elencate e annunciate. Il Pd ha ora l’occasione di cambiare davvero, senza paura. Ci proveremo. Io candidato al congresso del partito? C’è tempo». In effetti è prematuro parlarne. Prima il Pd dovrà tentare di dar vita ad un governo. Non necessariamente una buona notizia per il sindaco visto che in molti vorrebbero utilizzare l’occasione per cercare di ridimensionarlo. E c’è chi ricorda: «Anche Sergio Cofferati era all’apice del successo. Sembrava pronto a conquistare il partito e il Paese. Poi ci pensò Massimo D’Alema».

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