di Francesco Damato Pur nato in una stagione piena, l'estate del 1939, è nelle mezze stagioni, primavera e autunno, che Romano Prodi dà il meglio o il peggio di sé, secondo i casi o le preferenze. Gli accadde, per esempio, il 3 aprile 1978 di trovarsi in compagnia di amici e colleghi d'insegnamento universitario in una casa della campagna bolognese dove si aveva la singolare abitudine di prendere il caffè facendo sedute spiritiche con i piattini. Quel pomeriggio, in pieno sequestro del povero Aldo Moro, che sarebbe stato ucciso dai brigatisti rossi il 9 maggio, giunse dall'aldilà agli astanti l'indicazione di un nome collegato alla tragica vicenda, che era già costata la vita il 16 marzo alla scorta del rapito. Il nome era Gradoli, che Prodi si affrettò a riferire agli amici della segreteria democristiana di Benigno Zaccagnini, che lo girarono al Ministero dell'Interno. Dove la Polizia scambiò stranamente l'omonima strada di Roma, in cui si nascondeva Mario Moretti, il capo dell'operazione terroristica del sequestro di Moro, per una piccola e innocua località del Reatino, presa inutilmente e ridicolmente d'assalto da truppe più o meno specializzate. Poi, quando si capì, o si finse di scoprire l'equivoco e venne giustamente la voglia agli inquirenti di conoscerne l'origine interrogando Prodi, il professore se la cavò come francamente a nessun altro sarebbe forse stato possibile, senza finire cioè in manette, con la storia appunto della seduta spiritica. Che venne in seguito ripetuta dall'interessato a commissioni parlamentari d'inchiesta, dove ad Andreotti, presidente del Consiglio nel drammatico periodo del sequestro Moro, sfuggì solo di sospettare che Prodi avesse sentito quel nome negli ambienti extraparlamentari, a dir poco, della sua università bolognese. Lo stesso Andreotti tuttavia nell'autunno di quel medesimo anno, cioè nella mezza stagione successiva alla seduta spiritica, accettò l'invito di Zaccagnini e dintorni a portare Prodi nel governo come ministro dell'Industria per sostituire Carlo Donat-Cattin, costretto alle dimissioni per incompatibilità con la carica di vice segretario della Dc. Una incompatibilità reclamata dai comunisti, che facevano parte della maggioranza ed avevano inutilmente cercato in precedenza di impedirne la conferma a ministro, nel passaggio dal governo Andreotti della "non sfiducia", o astensione, a quello, sempre di Andreotti, della fiducia vera e propria. Ma poi, nel marzo del 1979, un'altra mezza stagione, Andreotti si risparmiò l'onere o il piacere, non so, di confermare ministro il professore nel passaggio dal suo quarto al quinto governo. Che avrebbe gestito le elezioni anticipate di quell'anno. Prodi naturalmente, e comprensibilmente, non gradì. Ma tre anni dopo, nella mezza stagione autunnale del 1982, approdò con l'aiuto dell'allora segretario della Dc Ciriaco De Mita alla presidenza dell'Iri, dove sarebbe rimasto sino alla mezza stagione autunnale del 1989. Ma vi sarebbe tornato nel 1993 per subentrare all'arrestato e poi assolto Franco Nobili e rimanervi sino all'anno dopo, dimettendosi prima che il nuovo ed esordiente presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lo sostituisse di suo, forse per il ricordo della tentata vendita della Sme a Carlo De Benedetti all'epoca del governo di Bettino Craxi: un affare, per De Benedetti, saltato all'ultimo momento con il contributo anche del Cavaliere. Già nel 1995 Prodi era già in campo politicamente contro Berlusconi fondando l'Ulivo con l'incoraggiamento dell'allora segretario del Pds-ex Pci Massimo D'Alema, vincendo le elezioni politiche del 1996 e insediandosi a Palazzo Chigi. Dove però avrebbe resistito poco più di due anni soltanto, sfiduciato dall'alleato Fausto Bertinotti e sostituito da D'Alema con l'aiuto dell'allora segretario del Ppi-ex Dc Franco Marini. Che lo avrebbero però consolato mandandolo l'anno dopo alla presidenza della Commissione Europea, a Bruxelles. Da dove il professore sarebbe tornato alla politica italiana nel 2005 per fondare una nuova edizione dell'Ulivo chiamata Unione, vincere per il rotto della cuffia le elezioni del 2006, con uno scarto di 24 mila voti e rotti sul Cavaliere, e cadere dopo meno di due anni, trascinandosi appresso la legislatura. Con questi pur sommari precedenti, non c'è da stupirsi della bastonata riservatagli ieri a scrutinio segreto dai cosiddetti grandi elettori del Pd e del centrosinistra nella rocambolesca partecipazione, avventurosamente gestita da Pier Luigi Bersani, alla corsa al Quirinale.
L’uomo delle mezze stagioni
di Francesco...