La grande paura si scioglie alle due e mezza del pomeriggio, quando Giorgio Napolitano accetta la richiesta di ricandidarsi. Su di lui erano in pressing fin dalla mattina Pd, Pdl e Scelta Civica, consapevoli che l’unica soluzione per uscire dal pantano nel quale erano sprofondati era un secondo mandato dell’attuale presidente. Una convinzione maturata già venerdì in tarda serata quando tutte le strade per scegliere un nome che andasse bene al centrodestra e sul quale un Partito Democratico ridotto in macerie riuscisse a «tenere», erano state tentate. E nessuna aveva dato risultati. No ad Amato, perché il Pd non lo avrebbe votato, no a una nuova candidatura di Franco Marini perché anche su di lui i Democratici si sarebbero divisi. Dunque, l’unica soluzione era proprio quella di chiedere a Napolitano un sacrificio. Tornando sull’idea che per primo aveva lanciato il Pdl quando Pier Luigi Bersani non riusciva a trovare un nome condiviso. Così ieri mattina Berlusconi, Monti e Bersani sono saliti al Quirinale a colloquio con il Capo dello Stato. Il segretario del Pd gli ha rivolto un vero e proprio appello: non riesco a tenere unito il partito su nessun nome – è stato il tono del discorso – da questa situazione si esce solo se lei accetta di candidarsi nuovamente. Una scelta pesante, pesantissima, per il Presidente che fino a pochi giorni fa aveva ripetuto che la strada della sua rielezione non era praticabile. Un no che sembrava netto. Ma davanti allo spettro di una crisi politica che rischiava di avvitarsi sempre di più, esponendo il Paese a rischi economici pesantissimi, Napolitano non si è potuto tirare indietro. Ha chiesto qualche ora di tempo, poi dal Quirinale è uscita la nota che Pd, Pd e montiani aspettavano: «Nella consapevolezza delle ragioni che mi sono state rappresentate, e nel rispetto delle personalità finora sottopostesi al voto per l'elezione del nuovo Capo dello Stato, ritengo di dover offrire la disponibilità che mi è stata richiesta». «Naturalmente – è stata la conclusione – nei colloqui di questa mattina, non si è discusso di argomenti estranei al tema dell'elezione del Presidente della Repubblica. Mi muove in questo momento il sentimento di non potermi sottrarre a un'assunzione di responsabilità verso la nazione, confidando che vi corrisponda una analoga collettiva assunzione di responsabilità». E proprio quel richiamo alla «reponsabilità colletiva» ha pesato su chi nel Pd pensava ancora a qualche agguato durante il voto. Ma Napolitano ha anche ribadito – nel breve discorso fatto al Quirinale quando ha ricevuto il verbale della sua rielezione dai due presidenti Pietro Grasso e Laura Boldrini – che ora tutti devono dimostrare di essere all’altezza della situazione che si è creata: «Auspico fortemente che tutti sappiano onorare i loro doveri concorrendo nel rafforzamento delle istituzioni repubblicane. Tutti guardino come ho fatto io alla situazione difficile del Paese, ai suoi problemi, alla sua immagine e al suo ruolo nel mondo». «Potete immaginare come io abbia accolto con animo grato la fiducia espressa liberamente sul mio nome dalla grande maggioranza dei componenti l'assemblea dei parlamentari e dei delegati regionali – ha proseguito – e come abbia egualmente accolto la fiducia con cui tanti cittadini hanno ansiosamente atteso una positiva conclusione della prova cruciale e difficile dell'elezione del Presidente della Repubblica». Poi ha rinviato qualsiasi altra dichiarazione a domani, quando andrà a Montecitorio a giurare davanti alle Camere riunite e farà il suo discorso. «Avrò modo di dire – ha spiegato – quali saranno i termini entro i quali ho potuto accogliere in assoluta limpidezza di assumere ancora l'incarico e di come intenda attenermi all'esercizio delle mie funzioni istituzionali». I tempi che si sarebbe dato il Presidente della Repubblica per formare il nuovo governo sono molto stretti: martedì farà un breve giro di consultazioni e mercoledì darà l’incarico al nuovo presidente del Consiglio. Che potrebbe essere Enrico Letta, sostenuto da un esecutivo i cui ministri saranno scelti tra i «saggi» ai quali il presidente della Repubblica aveva affidato il compito di scrivere un programma per le riforme.
Il «sacrificio» del Colle per salvare il Paese
Napolitano: «Ma ora tutti onorino i loro doveri»