Politica

L’invidia dell’eros fecondo

di Ruggero Guarini...

di Ruggero Guarini È una Francia profondamente divisa quella che in questi giorni si sta preparando all'ormai imminente secondo e conclusivo passaggio all'Assemblea nazionale della legge sulle nozze gay. Quanto profonda sia questa divisione lo dice quello che ne è indubbiamente il segno più evidente, ossia il dato, rivelato da un recente sondaggio, relativo all'accettazione o al rifiuto - da parte della maggioranza dei francesi - della parte più controversa della legge proposta dal governo: gli articoli riguardanti il diritto all'adozione, al quale, infatti, ben sei francesi su dieci si sono detti assolutamente contrari. Ma Hollande e i suoi ministri se ne nfischiano e sembrano decisi ad andare avanti lo stesso. Il passaggio di questa legge promotrice di una continua espansione dei diritti , che si sta ormai diffondendo in tutti i paesi, è forse il più stupefacente fra i tanti eventi "epocali" che contraddistinguono il nostro tempo. E nulla forse ne prova l'assoluta enormità come il fatto che finora sia stato accolto dovunque, anche da quanti lo considerano un fenoemno deplorevole, come una naturale e logica espressione della crisi della civiltà moderna. Nessuno infatti ne ha finora segnalato quello che forse ne è l'aspetto più singolare, osssia il fatto che esso rappresenta il rifiuto di un principio che per oltre tremila anni era stato accettato come ovvio da tutti i popoli del pianeta, di ogni razza, cultura o fede, compresi quelli che, come gli anti chi pagani, pur non n utrendo nessun pregiudizio omofobico, e anzi spesso inclini a onorare anche l'omoerotia come una manifestazione del divino, mai tuttavia si permisero di negare e contestare l'indiscutible rapporto fra unione eterosessuale, concepimento e grenerazione. Per misurare le profondità dello strappo avvenuto nel tessuto della nostra civiltà nel momento stesso, incredibilmente recente, in cui si è incominciato a considerare il rifiuto di quel principio come l'oggetto di una possibile rivendicazione sociale, culturale e politica, basta pensare a quella che soltanto pochi anni fa sarebbe stata la reazione di tutti i settori dell'opinione pubblica, compresi quelli, come suol dirsi, più "avanzati" e "illuminati", alla proposta di leggi simili a quella che, dopo essere passata in tanti paesi europei, potrebbe presto affermarsi anche da noi. Bene: la cosa sarebbe sembrata a dir poco assurda, inimmaginabile, pazzesca. E per capirlo non è necessario risalire col pensiero al tempo in cui, molti secoli prima dell'èra cristiana, l'omosessualità era condannata con la veemenza delle pagine bibliche sull'empietà della città di Sodoma. O agli anni in cui, qualche millennio dopo, essa trovava in Dante uno dei suoi critici più feroci. O ai giorni in cui, verso la fine del secolo scorso, Oscar Wilde fu condannato ai lavori forzati. Basta, per venire ai fatti a noi più vicini, ricordare il caso Braibanti, il funzionario della nostra televisione di stato che solo pochi decenni fa fu condannato, da un giudice di simpatie socialiste, a nove anni di galera perché conviveva con un suo giovane amico. Eppure non decenni o secoli ma millenni sembrano passati da quei tempi a noi vicinissimi. E nessuno sembra oormasi stupirsi dell'immensità del passaggio. Per il pregiudizio omofobico un tempo diffuso in tutto il mondo non provo ovviamente nessuna nostalgica simpatia. Trovo però deprecabile che gli sia subentrato un pregiudizio opposto ma non meno pernicioso, basato sulla volontà di chiamare "matrimonio" unioni di coppie per definizione incapaci di generare e riconoscere a esse anche il diritto all'adiozione di bambini. Quando e come è accaduto che tutto questo diventasse possibile? Mi sembra che finora nessun osservatore di questi fatti si sia posto la domanda. Nessuno salvo lo sc rittore Giuseppe Corona, che l'ha esposta e illustrata augli ultimi numeri del mensile "Il denaro", sostenendo che all'origine di questa novità, non meno assoluta che sottovalutata, c'è in fondo quel rifiuto della sacralità della vita che è implicito nella moderna idolatria dei diritti senza doveri. Ai suoi ragionamenti aggiungerei però questo: sola consolazione per chi sia cosciente della gravità di queste leggi è il non infondato sospetto che i loro stessi fautori siano sotto sotto consaspevoli dell'inanità della loro pretesa e della sua matrice invidiosa della facoltà loro interdetta: l'eros fecondo.

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