Politica

La schizofrenia di Bersani è la causa del fallimento

di Benedetto Ippolito La prima giornata elettorale per il Quirinale è finita con una doppia fumata nera. Di fatto, non si era mai assistito a un accordo alla vigilia così esplicito tra forze...

La prima giornata elettorale per il Quirinale è finita con una doppia fumata nera. Di fatto, non si era mai assistito a un accordo alla vigilia così esplicito tra forze politiche opposte tanto rappresentative del Paese finire in un fallimento altrettanto palese come quello che si è verificato ieri mattina. Il problema non sono stati i franchi tiratori e neanche il saltare all’improvviso del patto tra i leader di Pd e Pdl, come si temeva. Anzi, Franco Marini ha raggiunto quella maggioranza assoluta dei consensi che potrebbe portarlo comunque al Quirinale al quarto scrutinio, senza che sia minimamente venuto meno cioè il consenso maggioritario degli elettori. Sono stati piuttosto gli annunciati dissidi interni al Pd, proclamati a gran voce durante la riunione notturna del giorno prima, che hanno trovato la loro piena esplicitazione nel segreto dell’urna. Cos’è accaduto realmente? Sarebbe facilissimo rispondere con un’accusa alla posizione, tutto sommato, poco convincente assunta dai renziani, che in parte hanno votato scheda bianca e in parte convogliato i loro consensi su Chiamparino. Così come sarebbe non meno facile giudicare in modo severo il modo in cui il M5S ha favorito la candidatura di Rodotà. Nel primo caso è stata consumata dal sindaco di Firenze una vendetta interna, chiaramente estranea al valore del candidato e ai destini del Quirinale, applicando in modo dirompente tutta la propria influenza personale. Mentre nel secondo vi è stata la ribellione, ostentata fino al ridicolo, da parte di Grillo contro una mancanza di trasparenza e di senso dello Stato che Bersani e Berlusconi avrebbero avuto, nei famigerati incontri notturni, opponendo un candidato tra i più qualificati nel dividere e frantumare la coesione nazionale. Il punto vero, tuttavia, non è assolutamente questo. La contestazione dei militanti democrat è montata, insieme con quella di Sel, già da alcune settimane contro la linea tenuta dal segretario politico. E ciò non è capitato in nome unicamente della lotta di potere che anima nel profondo i dirigenti e gli iscritti del partito, intenti a creare un’alternativa e una successione a Bersani. No, in questo caso si è manifestata una vera e propria sommossa durissima a un modo di governare giudicato autoritario e poco convincente. Proviamo a riflettere, infatti, sulla linea del Pd in questi ultimi mesi e vi troveremo tutte le ragioni della débâcle. Dopo la vittoria delle primarie, Bersani ha fatto una campagna elettorale convinto di avere la vittoria in mano, dovendo in seguito prendere atto della sconfitta numerica. In seguito, per cinquanta giorni, ha deciso di procedere a braccetto con Vendola, non concedendo alcuna apertura al centrodestra. Ai ripetuti inviti di Berlusconi, perfino disposto ad appoggiare un esecutivo guidato dal Pd, la risposta è sempre stata negativa, con la giustificazione sibillina: la base non accetterebbe un’alleanza del genere con la destra. Dopodiché, preso atto del blocco istituzionale, ecco che Bersani a pochi giorni dalle elezioni presidenziali, ha proposto finalmente un accordo con il centrodestra in modo fulmineo, inatteso e decisionista, offrendo e poi convergendo su Franco Marini. Non ci vuole di essere scienziati! È fin troppo chiaro che il passaggio dal rifiuto di qualsiasi avvicinamento, a un’alleanza blindata col centrodestra su un nome così tradizionale e per giunta di area cattolica, avrebbe generato a dir poco una maretta, per non dire scissione, del suo partito. In pochi giorni, insomma, è stato chiesto da Bersani al Partito Democratico di digerire prima un massimalismo intransigente e chiuso a sinistra e poi, addirittura, un compromesso storico con Berlusconi, in nome della ritrovata volontà di uscire da un pantano istituzionale creato da lui stesso in precedenza. Un po’ troppo, in definitiva, anche per il più riformista degli iscritti. Il fatto è che Bersani è responsabile di questo fallimento di Marini, perché le scelte assunte non sono state conseguenza degli avvenimenti, ma esattamente il contrario: una conclusione della linea schizofrenica che il Partito Democratico ha assunto da dopo le elezioni. I numeri mancati a Marini per salire al Colle, in fin dei conti, non sono altro che la conseguenza di un crack complessivo di un’idea politica che ha prodotto non un governo di centrosinistra, non un presidente della Repubblica di pacificazione nazionale, bensì una crisi politica estenuante nel Paese e in seno allo stesso Partito Democratico. Come durante la Rivoluzione Francese, il cocktail di protesta di massa e di errori politici ha portato al caos e al terrore. E la giornata di ieri, in definitiva, ha confermato non il fallimento dell’ipotesi Marini, non l’impossibilità di trovare comunque una maggioranza bipartisan, ma la fumata nera della segreteria Bersani.

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