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Il debito alto aiuta la crescita

di Marlowe...

di Marlowe Contrordine: non è il debito pubblico a bloccare la crescita. Anzi, quasi la favorisce. Sembra una barzelletta ma è vero: l'equazione "un debito superiore al 90 per cento del Pil provoca la recessione", adottata per anni dall'Unione europea, Germania in testa, e dal Fondo monetario, applicata alla Grecia, alla Spagna, ovviamente all'Italia, e alla base del famigerato fiscal compact, ebbene quell'equazione è viziata da un clamoroso errore nei fogli Excel. Proprio così, il programma di Windows nel quale si inseriscono nomi e dati ottenendo ogni sorta di calcolo: dalla messa in ordine alfabetico alle equazioni più complesse. Nel 2008-2009 Carmen Reinhard e Kenneth Rogoff, due stimati economisti della John F. Kennedy School of Government di Harvard, fucina della classe dirigente, inserirono nei software una serie di statistiche di vari paesi per verificare il legame tra debiti pubblici e Pil. Ne venne fuori uno studio, pubblicato nel 2010 con il titolo "Growt in a Time of Debt", Crescita in tempi di debito: dimostrava che oltre un indebitamento del 90 per cento del Pil quest'ultimo iniziava l'inversione a U e l'economia declinava. Peccato che un trio di giovani studiosi della Amherst University of Massachusetts, anch'essa nel New England e da sempre in competizione con la bostoniana e blasonata Harvard, abbia sottoposto a un'accurata revisione la formula Reinhard-Rogoff, scoprendo che un errore di codificazione aveva escluso paesi come Australia, Belgio, Danimarca, Canada, Austria. Altri - tipo la Nuova Zelanda - erano invece stati scartati dagli autori. Inserendo questi ed altri nel frullatore Excel il risultato sarebbe stato ben diverso: non esiste un nesso tra riduzione del debito e aumento del Pil, mentre è dimostrabile il contrario, che cioè spesso l'alto debito aiuta la crescita. La diatriba sta terremotando il mondo accademico, trasferendosi dalla matematica pura a teorie accessibili agli umani. "E' evidente che il rigore sul debito blocca la crescita - tuona il premio Nobel Paul Krugman, da sempre sostenitore di politiche più elastiche - e lo dimostrano proprio i casi di Giappone e Italia. I quali hanno accumulato più debito a causa della loro bassa crescita, e non viceversa". Il caso italiano lo conosciamo bene, avendolo sperimentato sulla nostra pelle. Con le politiche rigoriste del governo Monti il debito è salito nel 2012 dal 120 al 130 per cento del Pil; il quale a sua volta è crollato di tre punti. E se vogliamo evitare l'intreccio matematico tipo kamasutra tra Pil e debito (uno fa da denominatore all'altro), basta l'aumento in cifra assoluta dell'indebitamento: 102 miliardi, nonostante le durissime stangate fiscali. Il Giappone ha il record di debito tra le maggiori potenze mondiali: 236 per cento sul Pil. E da anni la sua crescita è pari a zero. Qual è la causa e quale l'effetto? Di certo il nuovo governo liberale e il nuovo capo della Bank of Japan hanno invertito la rotta: dopo un'era di rigore, la BoJ ha inondato il mercato con 1.400 miliardi di liquidità, dichiarando l'obiettivo di raddoppiare il credito, i consumi, l'inflazione ed il Pil. Ma come abbiamo detto questa diatriba è piena di implicazioni politiche. Nell'autodifesa, pubblicata per ora su internet, la Reinhart e Rogoff spiegano come il loro lavoro sia stato preso molto sul serio da governi e istituzioni mondiali, dalla Casa Bianca al Fondo monetario, e citano due nomi: Tim Geithner e Ollie Rehn. Cioè l'ex ministro del Tesoro di Barack Obama e l'attuale implacabile commissario europeo all'Economia; il finlandese che interpreta a Bruxelles il rigorismo di Angela Merkel. Tutti e due, e una trentina di altri politici, avrebbero beneficiato di frequenti breafing con i due studiosi. Sui danni degli eccessi di austerity il Fondo monetario ha già fatto autocritica: il rapporto del capo economista Olivier Blanchard ha ammesso che ogni dollaro di tagli produce una recessione tripla di quanto inizialmente stimato. Quindi il danno supera ampiamente i benefici. Geithner non è più al governo; intanto il Congresso americano sta già sfruttando l'errore dei due guru per chiedere di ridurre i tagli alla spesa sociale, ed affermare il principio che non si può affidare la vita dei cittadini a software e formule matematiche. Ma l'Europa? Ed il fiscal compact, che ricalca pari pari la linea R&R, e che dovrebbe costare all'Italia 45 miliardi l'anno per vent'anni? Forse è il momento che qualcuno ne discuta ai piani alti anche da noi. Se solo avessimo un governo.

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