Massimo Ciancimino non potrà ascoltare le intercettazioni del Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Lo ha deciso la sesta sezione penale della Cassazione che, dichiarando inammissibile il ricorso di Ciancimino, ha così disposto di procedere alla distruzione delle intercettazioni come già stabilito dalla Consulta. Ciancimino chiedeva di poter ascoltare le intercettazioni in quanto imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Da qui il ricorso contro l’ordinanza dello scorso 8 febbraio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo, ricorso dichiarato inammissibile. In mattinata si era tenuta la requisitoria della Procura generale della Cassazione, che aveva chiesto di distruggere «al più presto» le intercettazioni delle conversazioni tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, disposte nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Ciancimino, imputato nel processo sulla trattativa, sosteneva invece che il divieto di ascoltare quei nastri fosse lesivo del suo diritto di difesa. Ma la Procura ha risposto al suo ricorso con la formula della «inammissibilità totale» o di Ciancimino. La Suprema Corte, dopo una breve camera di consiglio, ha accolto le tesi della Procura condannando Ciancimino anche al pagamento delle spese processuali e a versare mille euro alla cassa delle ammende. Dopo la decisione di ieri, sarà possibile per il gip di Palermo procedere con la distruzione delle intercettazioni che, indirettamente, coinvolgevano il Capo dello Stato. Il contrasto con la Procura di Palermo è stato uno dei momenti più controversi del settennato di Giorgio Napolitano. Il presidente arrivò a sollevare il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato contro i pm siciliani per le intercettazioni che avevano coinvolto lo stesso Napolitano quando le utenze dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino nei mesi scorsi furono messe sotto controllo dai pm che indagavano sulla trattativa Stato-mafia. Secondo l’accusa, Mancino - che si insediò al Viminale a inizio luglio 1992 - avrebbe mentito sui rapporti tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra intercorsi nei primi anni ’90, durante la stagione delle stragi. Oggi Mancino è accusato di falsa testimonianza. Nel periodo che ha preceduto l’avvio del procedimento a Palermo, c’erano stati contatti tra lui e il Colle, in particolare telefonate con Loris D’Ambrosio, il consulente giuridico del Quirinale morto il 26 giugno, e in alcune occasioni, con lo stesso Napolitano. Queste ultime conversazioni sono state in tutto quattro, come si è saputo dagli atti depositati per conto della Procura di Palermo su richiesta della Corte Costituzionale durante l’iter del conflitto tra poteri: in due casi a chiamare è stato Mancino, per altro alla vigilia di Natale 2011 e, pochi giorni dopo, il 31 dicembre; in altre due occasioni, a telefonare è stato il Presidente. Il contenuto delle conversazioni non è noto, ma la notizia dei colloqui tra i due è finita sui giornali e ha suscitato il caso: quelle intercettazioni andavano distrutte? I pm hanno sostenuto da subito che l’unica via per distruggerle è quella prevista dall’art. 269 del codice di procedura penale, cioè con udienza stralcio di fronte al Gip e alla presenza delle parti, che se interessate possono acquisire atti a loro utili. Un passaggio, quest’ultimo, che mette però in campo un’eventualità: che i contenuti delle intercettazioni diventino pubblici. Ritenendo lese le proprie prerogative il 16 luglio scorso Napolitano ha sollevato di fronte alla Consulta conflitto d’attribuzione nei confronti della Procura di Palermo. Il relativo ricorso, predisposto dall’Avvocatura dello Stato, è stato trasmesso alla Corte il 30 luglio. Il 19 settembre la Consulta ha giudicato ammissibile il conflitto, ne ha dimezzato l’iter sotto il profilo dei termini temporali, e ha chiesto alla Procura di Palermo quante fossero state le conversazioni di Napolitano indirettamente captate, in che date fossero avvenute, e copia dei decreti che disposero le intercettazioni. Il 12 ottobre, la Procura di Palermo si è costituita in giudizio. Il 23 novembre Avvocatura e Procura hanno depositato le rispettive memorie. E il 4 dicembre è giunta la decisione della Corte: il ricorso di Napolitano era stato accolto e le intercettazioni al centro del conflitto andranno distrutte secondo la procedura prevista per le intercettazioni vietate dall’art. 271 del cpp. Il presidente della Repubblica, è stato il senso delle motivazioni della sentenza, in quanto «supremo garante dell’equilibrio dei poteri dello Stato», non è mai intercettabile. Le sue conversazioni sono inviolabili anche in presenza di reati comuni. Anche se, per ipotesi, svelassero prove di reati gravissimi.
Anche la Cassazione dà ragione al Colle
Dalla sesta sezione penale ok definitivo alla distruzione delle intercettazioni tra Napolitano e Mancino. Ciancimino voleva ascoltarle: respinto il ricorso
