I primi due presidenti della Repubblica furono monarchici. Dichiarati e convinti. E accompagnarono il Paese nella difficile, difficilissima fase della ricostruzione morale e civile dopo la guerra, la guerra civile, il referendum istituzionale. Erano uomini che appartenevano, per stile e per mentalità più che per ragioni anagrafiche, all'Italia liberale e prefascista. Enrico De Nicola, napoletano, avvocato insigne e giurista raffinato, aveva un brutto carattere, ma era di una onestà adamantina. Quando, nel giugno 1946, fu eletto dall'Assemblea Costituente capo provvisorio dello Stato non volle trasferirsi al Quirinale adducendo la provvisorietà della carica e rifiutò gli emolumenti che gli spettavano. Si fece scrupolo persino di non usare la franchigia postale per inviare telegrammi o corrispondenza che non fossero ufficiali o di utilizzare la macchina di servizio per una passeggiata privata. Non era ricco, avendo investito i risparmi in titoli di stato falcidiati dalle vicende belliche, e, una volta scaduto il mandato, si ritirò nella sua modesta abitazione partenopea e visse da pensionato perché, dopo aver ricoperto la massima carica dello Stato, non voleva dare l'impressione, riprendendo la professione forense, di profittare dei vantaggi della sua professione. I concittadini lo chiamavano affettuosamente e amichevolmente Don Nicola. Il suo successore, Luigi Einaudi, piemontese, liberale e liberista, economista di fama mondiale, improntò anch'egli il suo settennato alla sobrietà dei costumi, alla vigilanza sulla correttezza amministrativa, al rispetto della Costituzione come documento fondamentale della convivenza civile della nazione. La sua parsimoniosità è testimoniata da un episodio famoso. Einaudi aveva invitato a colazione alcuni intellettuali. Giunto alla frutta, prese una pera e chiese, per non sprecarla essendo troppo grande per lui, se ci fosse qualcuno degli ospiti disposto a dividerla. Fu Ennio Flaiano, uno degli invitati, a magiare metà del frutto. Due suoi libri, «Lo scrittoio del Presidente» e «Prediche inutili», sono il testamento morale dell'uomo che, con il suo stile, insegnò agli italiani ad amare la libertà ritrovata. Nel 1955 con l'elezione di Giovanni Gronchi, molte cose cambiarono. Al Colle, questo politico toscano, che era stato tra i fondatori del Partito Popolare e della Democrazia Cristiana, ci arrivò con una vera e propria «congiura di palazzo» contro la candidatura ufficiale del suo partito. Sostenitore del neo-atlantismo che preoccupava gli Stati Uniti e di un nazionalismo economico che aveva il suo punto di riferimento nell'Eni di Enrico Mattei, si fece alfiere di una concezione ampia dei poteri presidenziali. Con una battutaccia Indro Montanelli, toscanaccio come lui, lo definì «un piccolo presidente della Repubblica, un ganimede di provincia, velleitario e di mano lesta». Il suo successore, il sardo Antonio Segni, ricoprì la carica soltanto due anni e mezzo, dal maggio 1962 al dicembre 1964. La sua fu la presidenza più breve della storia repubblicana, dopo quella di De Nicola. Eletto per rassicurare gli ambienti politici ed economici ostili al centrosinistra, questo democristiano di sentimenti conservatori, rigido ed energico, si attirò l'ostilità delle sinistre che lo fecero oggetto di una velenosa campagna di stampa accusandolo persino di velleità golpiste in combutta con il generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo. La sua uscita avvenne per un ictus che lo colpì durante una drammatica e accesa discussione con Aldo Moro e Giuseppe Saragat. Proprio Saragat, il socialista piemontese che nel 1947 con la scissione di Palazzo Barberini aveva dato vita alla socialdemocrazia italiana, gli successe dopo una tormentata elezione durata ventuno scrutini. Lo votarono anche i comunisti, ma era un anticomunista di ferro, sostenitore convinto dell'Alleanza Atlantica e della Nato, gradito agli Stati Uniti proprio per la sua fedeltà all'Occidente. La passione che nutriva per il buon vino ha dato la stura a una serie di battute: al Quirinale, si diceva, la mattina si fa «l'alzabarbera» e la bandiera italiana ha tre colori, «il bianco, il rosso e il verdicchio». Nelle sue Memorie Henry Kissinger ricordò di non essere stato accolto all'aeroporto dal presidente della Repubblica perché - seppe poi - era in preda dei fumi dell'alcol. Primo senatore a vita eletto presidente della Repubblica, il democristiano Giovanni Leone, napoletano verace e giurista illustre, inaugurò nel 1971 un settennato sviluppatosi all'insegna dell'indipendenza dai partiti. Le sinistre, e anche qualche settore del suo stesso partito, cercarono di coinvolgerlo nello scandalo Lockheed con accuse mai provate, ma che ottennero un risultato: Leone si dimise poco prima dell'inizio del semestre bianco. Il settimo presidente, il socialista Sandro Pertini, combattente partigiano, uno dei «padri fondatori» della Repubblica, eletto nel 1978, iniziò il settennato con un atto che non piacque: la concessione della grazia a Giuseppe Toffanin responsabile dell'eccidio di Porzus. La sua presidenza fu caratterizzata da un interventismo continuo, discutibile sotto il profilo della congruità con il dettato costituzionale, ma egli riuscì ad accreditare l'immagine, un po' sbarazzina, del «nonno d'Italia». Poi, nel 1985, venne il sardo Francesco Cossiga, democristiano, giurista, eletto al primo scrutinio. Fu, dopo una prima fase di silenzio e di attività quasi notarile, il «picconatore» che, con ironia pungente, testimoniò e denunciò la crisi della prima repubblica. Fu, quindi, la volta del piemontese Oscar Luigi Scalfaro, nel 1992. Della sua elezione Montanelli scrisse che non fu dovuta ai mille elettori ma ai «mille chili di tritolo» che costarono la vita al giudice Falcone, alla moglie e alla scorta. Fu un presidente fortemente interventista, certo il meno amato e il più controverso della storia repubblicana. Gli ultimi due inquilini del Quirinale, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, sono, per dir così, storia di oggi e hanno accompagnato la parabola di quella che è stata chiamata la seconda repubblica. Nel bene e nel male. Adesso si deve voltare pagina. Chi sarà il nuovo capo dello Stato? È difficile prevederlo. In fondo, dopo quelle dei primi due presidenti, De Nicola ed Einaudi, le elezioni del capo dello Stato sono state una lotteria: franchi tiratori ed eventi esterni hanno, quasi sempre, smentito le previsioni della vigilia. Non è escluso che anche questa volta capiti lo stesso. L'importante, però, è che, in un momento come l'attuale, il nuovo inquilino del Colle offra garanzie di equilibrio e di equidistanza dalle forze politiche. Perché il sistema politico è a rischio di collasso.
Undici Presidenti, nessun bis
I primi due furono monarchici, poi socialisti, democristiani, ex partigiani come Pertini, un ex Governatore e un post-comunista
