di Gennaro Malgieri Poteva essere il candidato naturale alla presidenza della Repubblica. È invece soltanto uno sconfitto dalla sua ambizione e dall'ignoranza della sintassi politica che, tra le altre regole, impone di commisurare le proprie idee alle esigenze del Paese. Mario Monti, portato sugli scudi nel novembre 2011, esce mestamente di scena accompagnato da una modesta performance elettorale, dall'insostenibile leggerezza di un partito di carta velina e dai risultati a dir poco negativi del suo governo tecnico. Il premier dimissionario da oltre quattro mesi, ha pure il coraggio di accusare imprese e sindacati della mancata crescita del Paese, come se i suicidi, le devastanti attestazioni di malessere, l'impoverimento dilagante, fossero colpa di altri e non di un esecutivo che in diciassette mesi ha sfornato soltanto provvedimenti vessatori e fa intravedere una "manovra correttiva" da brividi. Un "capolavoro" economico. Quello politico, invece, si chiama "Scelta civica": un disastro che il Professore vorrebbe scaricare su altri, a cominciare da Pier Ferdinando Casini, il quale pure porta la responsabilità di essersi appiattito sul "montismo" distruggendo il suo partito, però non merita di essere definito una "zavorra" da chi gli ha succhiato il sangue. E poi i "montezemoliani", i "riccardiani" gli "aclisti", dove li mettiamo? Hanno tutti contribuito alla sconfitta della lista improvvisata di Monti per il semplice fatto di non essere riusciti a elaborare un progetto unitario e credibile e oggi si vedono scaricati da chi può godersi il laticlavio ottenuto un minuto prima di accettare l'incarico per "salvare" l'Italia. Non avendo più un punto di riferimento, le diverse componenti di "Scelta civica" adesso litigano, tra qualche giorno si divideranno sul presidente della Repubblica da eleggere, infine prenderanno strade diverse seguendo l'esempio del loro leader che ha ufficializzato ciò che aveva fatto sapere ufficiosamente: l'abbandono del soggetto politico. Ma lui non dice proprio così. Sarebbe disdicevole per un tecnocrate del suo livello. Infatti precisa: «Il mio non è un abbandono ma la continuazione di quello che è il mio modo di interessarmi della vita del Paese. Non ho mai pensato di avere voglia di essere segretario o presidente di una forza politica». Ma guarda un po', quell'8,3% di italiani che gli ha regalato 39 seggi alla Camera e quell'altro 9,1% che ha eletto 20 dei suoi candidati al Senato pensavano proprio che Monti fosse il capofila di una compagine che puntava a rinnovare la politica italiana. Si sono trovati, invece, di fronte a un personaggio che, come dice il capogruppo al Montecitorio Lorenzo Dellai, «conserverà la leadership non formale, ma sostanziale del progetto». Chiaro? Neanche per sogno. Lo sarebbe se l'ex-presidente della Bocconi lasciasse realmente un progetto, delle idee, un movimento in grado di camminare anche con altre gambe e non un vuoto contenitore nel quale c'è soltanto chi ha voluto lui, anzi facendo selezionare i concorrenti da Enrico Bondi, bravissimo risanatore di aziende, che ha commissariato (non certo per sua volontà) un fetta considerevole della politica la quale fino a quel momento si era fatta giudicare dagli elettori e non da un manager, come ben sanno gli uomini di Casini rimasti a casa con i loro voti in frigorifero perché ritenuti "impresentabili". Probabilmente Monti ritiene che avendo mollato chi lo ha seguito possa alla lunga rivelarsi più redditizio politicamente che avere a che fare con laicisti e cattocomunisti, tecnocrati e "sviluppisti", neo-pauperisti e ambiziosi senza connotazione che compongono i gruppi parlamentari di "Scelta civica". Del resto, inopinatamente e imprudentemente, ha già mandato su tutte le furie il capo dello Stato quando si è proposto per la presidenza di Palazzo Madama, mentre faceva ancora il premier: il suo personale orizzonte è talmente sconfinato da reputare la sua creatura politica una prigione dalla quale doveva necessariamente evadere. «Non resto a fare lo zimbello, se volete vado via subito», disse nel corso della prima assemblea con gli eletti, alle prese con ruoli e dispute sulla collocazione del partitino. E poi, più di recente: «Non vedo l'ora che finisca tutto». Come uno spettacolo noioso. Infatti, per confermare la sua indisponibilità a fare politica prima ha ritirato il suo nome dal simbolo, poi ha scelto uno show televisivo, poco prima dell'esibizione di Luciana Litizzetto, per congedarsi. Non ci risultano manifestazioni di disperazione tra i superstiti di "Scelta civica".
Monti sconfitto dall’ambizione
di Gennaro Malgieri...