L’«Insalatiera»; la campana in bronzo, il cannone del Gianicolo. Sono tanti i tasselli che compongono il mosaico del «rito laico» dell’elezione del capo dello Stato. L’insalatiera, come è stata ribattezzata la grande urna in vimini ricoperta di raso verde con decorazioni dorate, dove i grandi elettori depongono la scheda col voto, c’è da sempre. Il catafalco, la cabina in legno, il cui interno è protetto da una tenda scura, invece, compare nel ’92, per l’elezione di Scalfaro. Un accorgimento adottato nella notte prima della votazione decisiva per garantire ancor di più la segretezza del voto. Le operazioni vanno a rilento, considerando che a votare non sono solo deputati e senatori riuniti in seduta comune a Montecitorio, ma anche i 58 delegati regionali. In sostanza, oltre mille persone. Così, dopo il catafalco, davanti al banco della presidenza della Camera sono state installate due cabine in legno chiaro, proprio per velocizzare lo scrutinio. Per votare, deputati, senatori e delegati regionali devono adoperare una matita simile a quella delle normali elezioni. Vietate biro o penne stilografiche. Per evitare brogli, le schede sono di colore diverso a ogni nuovo scrutinio. Vietanto portare in cabina il cellulare. Una volta eletto, il nuovo presidente deve recarsi a Montecitorio per il giuramento e il discorso di insediamento. Lo farà dinanzi al Parlamento riunito in seduta comune seguendo una prassi rimasta immutata dal ’48. L’emiciclo di Montecitorio sarà addobbato con 21 grandi bandiere e drappi rossi ornati d’oro. Il nuovo presidente giunge a Montecitorio accompagnato dal Segretario generale della Camera; passa oltre il picchetto d’onore delle Forze armate. Dal momento in cui il neo-eletto Capo dello Stato lascia la sua abitazione, la campana più grande di Montecitorio comincia a suonare. Smetterà solo quando il presidente avrà fatto il suo ingresso alla Camera. È una campana particolare: forgiata in bronzo, oltre allo stemma papalino (dal momento che prima dell’unità d’Italia Palazzo Montecitorio era la sede del tribunale pontificio), e alle figure di Cristo e Sant’Antonio, c’è il motto «Onorate la giustizia voi che giudicate in terra». D’altronde, il capo dello Stato è anche il presidente del Csm, ed è il primo magistrato d’Italia. Nel momento in cui il nuovo Capo dello Stato pronuncia la formula del giuramento («Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione»), dal Gianicolo vengono sparati 21 colpi di cannone a salve. Ma perché proprio 21? Occorre andare ai primi del ’600 in Inghilterra, per trovare le origini di questa tradizione: l'usanza imponeva che il numero dei colpi fosse sempre dispari e crescesse di due a seconda del rango. I numeri pari venivano usati solo in caso di lutto. Il 21 divenne codice internazionale come rituale diplomatico. Quando il presidente, una volta pronunciato il discorso in aula, lascia Montecitorio, passa in rassegna i plotoni militari, saluta la bandiera e si reca all’Altare della Patria per deporre una corona di fiori dinanzi al monumento al milite ignoto. Poi si sposta al Quirinale per il passaggio delle consegne e l’insediamento ufficiale.
Dall’insalatiera al cannone Quel rito immutato dal ’48
Luigi Frasca L’«Insalatiera»; la campana in bronzo, il cannone del Gianicolo. Sono tanti i tasselli che compongono il mosaico del «rito laico» dell’elezione del capo dello Stato.L’insalatiera,...
