Politica

Le mosse ritardate di Renzi

di Francesco...

di Francesco Damato Quanto sono fondati e condivisibili gli argomenti usati da Matteo Renzi contro la linea seguita sinora dal suo partito e dal segretario Pier Luigi Bersani, intestarditisi nell’inseguimento inutile e umiliante dei grillini, tanto sono francamente ambigui i tempi da lui scelti per uscire allo scoperto. Tempi a dir poco ritardati. Sarebbe disonesto dare torto a Ignazio Marino e a Davide Zoggia quando chiedono a Renzi perché mai non abbia posto nelle «sedi proprie» del Pd i problemi di chiarimento, e di contestazione, sollevati poi in una serie di interviste. In particolare, gli viene rimproverata giustamente la decisione di non partecipare alla riunione della direzione del partito svoltasi la sera di lunedì 25 marzo, alla vigilia degli incontri dell’allora presidente pre-incaricato Bersani con i rappresentanti delle altre forze politiche. Ciò dopo il tempo perduto con associazioni e persone obbiettivamente estranee, e comunque ininfluenti, al compito affidatogli dal capo dello Stato. Che era quello di «verificare l’esistenza di un consenso parlamentare certo», in grado di garantire a un nuovo governo la fiducia «delle due Camere». Quindi, anche del Senato, dove i numeri -diversamente da Montecitorio- non c’erano e non ci sono per il tipo di compagine ministeriale perseguito da Bersani, chiuso pregiudizialmente al partito dell’odiato Silvio Berlusconi ed altrettanto pregiudizialmente aperto al sostegno o aiuto, in qualsiasi forma, del movimento grillino. Renzi si sottrasse a quella riunione di direzione, alla quale si affrettarono anche per questo a rinunciare anche Massimo D’Alema e Walter Veltroni, di cui erano note le riserve per il «sentiero stretto» scelto dal segretario del partito, lamentandone una convocazione troppo affrettata, decisa e annunciata «all’ultimo momento». Ma ciò non era vero. La notizia della riunione di direzione era nota già da sabato, cioè dal giorno successivo al conferimento del pre-incarico di governo a Bersani. Evidentemente Renzi ritenne furbescamente più opportuno defilarsi in quel passaggio della crisi, pur essendosi esposto a dire in incontri più o meno fortuiti con i giornalisti che Berlusconi «non aveva tutti i torti» a chiedere o reclamare un coinvolgimento in una maggioranza di governo dettata dalla gravità della crisi economica e sociale in atto nel Paese. Una convinzione o opinione, questa di Renzi, basata non a torto sui numeri parlamentari del Cavaliere e sui lucchetti chiusi dei grillini. I quali si erano ulteriormente irrigiditi dopo l’errore duramente contestato dal comico genovese a quei suoi senatori caduti, secondo lui, in una «trappola» tesa da Bersani con la candidatura di Piero Grasso alla presidenza di Palazzo Madama, passata proprio con l’aiuto a scrutinio segreto di qualche grillino pur di evitare l’elezione del presidente uscente Renato Schifani. È vero che la storia non si può fare con i «se», e forse neppure la politica, ma non c’è dubbio che un contenimento chiaro ed esplicito della linea di Bersani in quel passaggio chiave della crisi che fu la riunione della direzione del Pd il 25 marzo avrebbe potuto condizionare il segretario del partito. E magari anche offrire una sponda al Quirinale. Dove Giorgio Napolitano si trovò la sera del 28 marzo in una situazione a dir poco imbarazzante, alle prese con un Bersani recalcitrante alla rinuncia dopo il pur «non risolutivo» confronto con i grillini e per niente rassegnato a garantire l’appoggio ad un governo «del Presidente» o «di scopo», affidato ad una personalità in grado di avvicinare e coinvolgere per uno stato di necessità i due maggiori partiti. Né la situazione migliorò il giorno dopo, quando a conclusione di un secondo giro di consultazioni il capo dello Stato trovò ancora rigida la delegazione del Pd guidata in quella circostanza dal vice segretario Enrico Letta. Il quale annunciò il «supporto responsabile alle decisioni» in maturazione al Quirinale perché evidentemente sapeva che esse non sarebbero andate nella direzione dell’atteso governo, ripeto, «del Presidente» o «di scopo». L’alternativa ormai era fra le dimissioni di Napolitano anticipatrici della sua successione, con lo sconcerto che ne sarebbe derivato a livello internazionale, e il sostanziale congelamento della crisi con il ricorso a due gruppi di esperti. Poi insediati non per perdere tempo -come anche Renzi ha mostrato di ritenere con dichiarazioni poi corrette- ma solo per lasciare aperto un canale di comunicazione fra Pd e Pdl. Un canale che il sindaco di Firenze dovrebbe condividere, ma sul quale ieri, chissà perché, ha voluto esprimere giudizi e previsioni più ironiche che compiaciute.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.