La politica ha vinto la sua battaglia contro le fredde regole ragionieristiche e l’austerity a tutti i costi. Così sembra, almeno leggendo l’ultimo articolo del decreto per sbloccare i pagamenti ai fornitori della pubblica amministrazione e che, stamattina, salvo sorprese, dovrebbe ricevere il via libera del consiglio dei ministri. Secondo la bozza circolata ieri, infatti, «le risorse per assicurare la liquidità necessaria per l’attuazione degli interventi complessivamente pari a 20.000 milioni di euro per ciascuno degli anni 2013 e 2014, sono reperite mediante emissioni di titoli di Stato». Un passaggio che boccia definitivamente la visione della Ragioneria dello Stato che nel precedente Cdm aveva suggerito al ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, di finanziare i rimborsi alle imprese con nuove tasse e cioè con un rincaro delle addizionali Irpef regionali. Una linea di rigore bocciata dalle considerazioni di buonsenso dei ministri più inclini a considerare priorità maggiore il più che i tagli, frangia capitanata da Passera e che ha portato alla messa a punto di un provvedimento che cerca di contemperare la richiesta di chiarezza nelle procedure con la necessità di una stretta vigilanza sui pagamenti per evitare sforamenti: mantenere il deficit sotto il tetto del 3% rimane l’obiettivo inderogabile. Così la bozza prevede che se fosse a rischio l’obiettivo del deficit/pil sotto il 3% andrebbero rimodulate le spese previste per il rimborso dei 40 miliardi di debiti nel biennio 2013-2014 oppure sarebbero autorizzati provvedimenti correttivi urgenti ovvero nuove manovre. Per questo il Tesoro «effettua il monitoraggio dell’attuazione delle misure previste dal presente decreto». Dunque controllo stretto da parte di via XX settembre. Che per finanziare la maggiore spesa per gli interessi determinata dall’aumento del debito potrà ricorrere a «una riduzione lineare» delle dotazioni finanziarie dei ministeri. Anche se questi ultimi potranno anche proporre «variazioni compensative». Nel provvedimento si precisa che vanno rimborsati prima i crediti vantati dalle imprese, poi quelli ceduti alle banche. Viene finalmente sbloccata la cassa agli enti locali che spesso hanno fondi disponibili nelle tesorerie ma non li possono spendere per evitare sforamenti del Patto di Stabilità interno. Così per quanto attiene il pagamento dei debiti degli enti locali, «è istituito nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze un fondo, denominato Fondo per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi liquidi ed esigibili con una dotazione di 2 miliardi di euro per ciascuno degli anni 2013 e 2014». A questo si aggiunge il fatto che i pagamenti di «debiti certi liquidi ed esigibili» inclusi i pagamenti delle province in favore dei comuni, «maturati alla data del 31 dicembre 2012, sostenuti nel corso del 2013 dagli enti locali, sono esclusi dai vincoli del Patto di stabilità interno per un importo complessivo di 5 miliardi di euro». In tutto dunque 7 miliardi per gli investimenti sul territorio. Gli enti locali carenti di liquidità per il pagamento dei debiti verso le imprese possono chiedere un anticipo alla Cassa depositi e prestiti. Particolare attenzione è stata posta alla velocità dei pagamenti per la sanità, comparto più sofferente per i mancati pagamenti. Le anticipazioni di cassa previste sono di 5 miliardi per il 2013 e 9 miliardi per il 2014. Per la prima tranche il riparto tra le regioni sarà fatto entro 15 giorni dalla pubblicazione del decreto. Entro il 30 novembre invece ci sarà il riparto definitivo dei restanti 14 miliardi di euro per l’anno successivo. Tutto il processo è però improntato alla rapidità. I ministeri predisporranno un elenco cronologico dei debiti scaduti verso le imprese con l’indicazione dei relativi importi. Gli elenchi «sono trasmessi entro 20 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto al Ministero dell’economia e delle finanze». Poi si parte. Dunque già a maggio potrebbero arrivare i primi soldi in cassa.
Finalmente pagano Arrivano 40 miliardi per salvare le imprese
Oggi il Consiglio dei Ministri. Niente tasse ma lo Stato tornerà a indebitarsi