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Eva ci portò nella Storia

di Ruggero...

di Ruggero Guarini Che cosa peneranno tante fanciulle non solo italiane ma di ogni parte del mondo delle grandi, lusinghiere apologie che da qualche tempo vengono dedicate al loro sesso? Che cosa penseranno, soprattutto, dei giusti, continui richiami al grande, decisivo contributo che esse hanno sempre dato, e che potranno e dovranno continuare a dare, allo svolgimento e al progresso di tante attività un tempo loro interdette? Che cosa penseranno, specialmente, dell’elogio che il Papa ha appena fatto di quella che a suo parere è la principale virtù femminile: ossia la capacità di riconoscere e proclamare la verità, specialmente quella verità di cui gli uomini, prima di ammetterle, hanno spesso bisogno, come l’apostolo Tommaso, di verificare gli effetti visibili e sensibili? Non ne ho la più pallida idea. So però che almeno una di esse - una ragazza di Capri - non è affatto d’accordo con l’idea che l’ingresso della donna nella storia (come hanno scritto molti nostri dotti pensatori, cattolici e non, gagliardamente impegnati in un serrato dibattito sul citato richiamo papale) sia un evento del nostro tempo. Questa fanciulla incominciò a far parlare di sé fin dai primissimi tempi biblici. Dopo di che è stata ricordata tantissime altre volte, nonché effigiata in tanti bellissimi dipinti che la raffìgurarono nel gesto più clamoroso e fatale della sua vita, cioè l’offerta di una mela al suo compagno, e altrettanto spesso mentre proprio per quell’atto venivano entrambi puniti. Di lei esistono dunque innumerevoli immagini, ma quella che io preferisco si trova a Capri. Anzi, per l’esattezza, ad Anacapri, in una chiesa meravigliosa: quella,famosissima, di San Michele Arcangelo, detta anche, dall’evento raffigurato sul suo incantevole pavimento in maiolica, «del paradiso terrestre». Vi è dipinto un bellissimo giardino popolato di animali esotici, fra i quali spicca un graziosissimo arcangelo sospeso a mezz’aria sulle sue ali che minacciandoli col suo spadone sta costringendo due poveretti nudi come vermi a uscire per sempre da quel pavimento. Lui si chiami Adamo, lei Eva, ed è appunto lei la fanciulla anacaprese che contesta più vivacemente l’idea che la donna sia riuscita a entrare nella storia solo molto di recente La sua contestazione non è però rabbiosa. È anzi divertita. Testimoni fededegni, assidui frequentatori di quella chiesa e grandi ammiratori di quel suo pavimento, assicurano infatti che nei giorni scorsi l’hanno vista e sentita più volte, mentre naturalmente continuava a tentare di uscire da quel giardino, scoppiare a ridere a crepapelle. Giacché nulla le sembra esilarante come l'idea che lei, per diventare colei che è sempre stata e che sempre sarà, ossia l’archetipo della Donna, la Donna per antonomasia, la Donna ideale ed eterna, doveva prima entrare in quella cosa - la Storia - che l’uomo crede che sia principalmenter affar suo - in realtà è incontestabilmente una creazione di lei, della Donna, anzi la sua principale creazione. Essa è infatti convinta che la storia, senza di lei, non sarebbe mai nemmeno incominciata. E pretende di dimostrarlo affermando che, se non fosse stato per lei, il suo Adamuccio, lei stessa e la loro discendenza sarebbero rimasti per tutta l’eternità in quel bel giardinetto in cui, a quanto pare, potevano fare tutto eccetto quello che piaceva a lei, ossia assaggiare il frutto di quell’albero che in effetti, essendo l’albero della scienza del bene e del male, era, né più né meno, l’albero della libertà. La signorina Eva, quella almeno di Anacapri, pur continuando a restare prigioniera, insieme al suo compagno, del pavimento di quella chiesa, tiene insomma a ricordarci che fu proprio lei, con la sua curiosità, malizia e audacia, a lasciarsi tentare dal serpente e a convincere quell’allocco del suo partner a commettere quell’atto insieme sacrilego e liberatorio, anzi liberatorio proprio perché sacrilego, che ci scagliò tutti di botto dall’insipido idillio di un paradiso senza storia nel sapidissimo inferno della storia - questa tragicommedia infinita che un poeta che conosceva e capiva la Bibbia e la Storia un po’ meglio dei biblisti e degli storici di oggi, definì "un racconto raccontato da un idiota, pieno di urla e di furore, che non significa niente" (Macbeth, atto V, scena III). Come potrebbe, dunque, entrare nella storia una fanciulla che ci abita fin dal giorno in cui proprio lei in combutta col demonio, qualche millennio prima della nascita della Chiesa, la fece incominciare?

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