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La lite sul decreto che non c’è La lite sul decreto che non c’è

di Marlowe...

di Marlowe L'illusione è durata poco: anche sul pagamento dei debiti pubblici alle aziende l'Italia attende ordini da Bruxelles, e quindi da Berlino. Ollie Rehn, il commissario agli Affari economici che aveva dato assieme ad Antonio Tajani il via libera ai rimborsi, ieri ha chiesto di vedere in anteprima il testo del decreto. E Mario Monti, che benché sia un premier uscente dovrebbe trattare con i suoi pari grado, si è precipitato al telefono per rassicurare questo ex calciatore del Mikkelin Palloilijat che da due anni ha in mano per conto di Angela Merkel la nostra politica economica, le tasse, il lavoro. Problema: il decreto ancora non c'è, Corrado Passera, Vittorio Grilli e la Ragioneria generale litigano sui dettagli, il consiglio dei ministri che doveva approvarlo ieri è slittato prima dalle 10 alle 19, poi "sine die", è stato riprogrammato nel fine settimana, infine entro lunedì. Balla anche il conquibus: i debiti sono stati quantificati dalla Banca d'Italia in 91 miliardi, 48 dei quali risalenti al 2011. Le aziende avevano chiesto la restituzione almeno della metà, il governo si era impegnato per 20 miliardi quest'anno e altrettanti nel 2014. Ora, dopo l'ultimo incontro con il presidente dell'associazione dei comuni Graziano Delrio (un Pd di osservanza renziana) sarebbero garantiti sette miliardi. Ma chi si fida? Nel frattempo per i ritardati pagamenti sono fallite 15 mila imprese e 60 mila lavoratori hanno perso il posto. Ma la politica è altrove: Pier Luigi Bersani è ricomparso tra noi per ripetere ciò che ha già detto a Roberto Saviano ed al Touring Club, che cioè occorre "un cambiamento", ovvero un governo (suo) con i voti grillini. A noi italiani è ormai negata la base, la materia prima del funzionamento di ogni società civile: un minimo di certezza su quanto cittadini, famiglie, imprese dovranno dare e quanto (e quando) potranno ricevere. Esempio: i comuni forse sbloccheranno i fondi, se li hanno, ma le regioni sulle quali incombono i debiti della sanità rischiano ancora di dover raddoppiare l'addizionale Irpef: per un reddito medio di 40 mila euro si tratterebbe di sborsare da subito 1.300 euro in più all'anno. Anche le "tre streghe" di giugno-luglio, cioè la nuova Tares sui rifiuti, l'aumento di un punto dell'Iva e l'acconto Imu, non sembrano destinate a migliore sorte: pagheremo tutto. Per la Tares, i comuni hanno solo ottenuto che il maggior onere venga trasferito sul saldo di fine anno. Per scongiurare l'aumento dell'Iva, ora che il deficit pubblico viaggia verso il 2,9 per cento, i margini sono inesistenti. Quanto all'Imu, del quale tutti avevano promesso la riduzione se non la restituzione, dal 2013 lo Stato si prenderà anche quella sugli alberghi e sui fabbricati strumentali delle imprese, lasciando ai comuni la possibilità di rifarsi con un ulteriore aggravio dello 0,3 per cento. Mentre i saggi iniziano con comodo il loro lavoro al Quirinale, che essendo breve si immagina almeno intenso, la commissione speciale istituita dal nuovo Parlamento per occuparsi di tasse, esaminando la prima bozza del Def (Documento economia e finanza) che entro 10 giorni dovrà essere inviato a Bruxelles, è giunta alla conclusione che per la seconda metà dell'anno si rischia una nuova manovra da 10 miliardi di euro. Il tutto proprio quando è attesa la sospirata ripartenza dell'economia. Che cosa sta accadendo? Non ci vuole molto a capirlo. L'Italia è stata definitivamente scaricata dall'Europa. Monti, come ha scritto Le Monde, "è politicamente morto". Un nuovo governo ancora non si intravvede. La crisi di Cipro, con il "prestito" europeo fatto pagare a correntisti e risparmiatori (e poco importa che siano in gran parte capitali stranieri: questo vale anche per il Lussemburgo) ha creato un precedente; e svelato la nuova linea: ognuno faccia per sé, ma tutti in riga dietro Berlino. Bruxelles e la Germania hanno acconsentito a che Francia, Spagna e Portogallo rinviino di un anno il rientro dal deficit. L'Italia no. Eppure siamo pagatori netti del bilancio europeo con 4,5 miliardi l'anno più di quanto riceviamo; 5,7 miliardi di quota del fondo salva-stati, 14,25 per prestiti bilaterali a Grecia, Irlanda e Portogallo, altri 6 miliardi per "garanzie stabili", 1,35 miliardi come quota del capitale Bce. Versiamo a Bruxelles e Francoforte 30 miliardi l'anno in cambio di cosa? Solo schiaffoni, vedere costantemente minacciati i nostri risparmi, ricevere promesse mai mantenute. L’illusione è durata poco: anche sul pagamento dei debiti pubblici alle aziende l'Italia attende ordini da Bruxelles, e quindi da Berlino. Ollie Rehn, il commissario agli Affari economici che aveva dato assieme ad Antonio Tajani il via libera ai rimborsi, ieri ha chiesto di vedere in anteprima il testo del decreto. E Mario Monti, che benché sia un premier uscente dovrebbe trattare con i suoi pari grado, si è precipitato al telefono per rassicurare questo ex calciatore del Mikkelin Palloilijat che da due anni ha in mano per conto di Angela Merkel la nostra politica economica, le tasse, il lavoro. Problema: il decreto ancora non c'è, Corrado Passera, Vittorio Grilli e la Ragioneria generale litigano sui dettagli, il consiglio dei ministri che doveva approvarlo ieri è slittato prima dalle 10 alle 19, poi "sine die", è stato riprogrammato nel fine settimana, infine entro lunedì. Balla anche il conquibus: i debiti sono stati quantificati dalla Banca d'Italia in 91 miliardi, 48 dei quali risalenti al 2011. Le aziende avevano chiesto la restituzione almeno della metà, il governo si era impegnato per 20 miliardi quest'anno e altrettanti nel 2014. Ora, dopo l'ultimo incontro con il presidente dell'associazione dei comuni Graziano Delrio (un Pd di osservanza renziana) sarebberi garantiti sette miliardi. Ma chi si fida? Nel frattempo per i ritardati pagamenti sono fallite 15 mila imprese e 60 mila lavoratori hanno perso il posto. Ma la politica è altrove: Pier Luigi Bersani è ricomparso tra noi per ripetere ciò che ha già detto a Roberto Saviano ed al Touring Club, che cioè occorre "un cambiamento", ovvero un governo (suo) con i voti grillini. A noi italiani è ormai negata la base, la materia prima del funzionamento di ogni società civile: un minimo di certezza su quanto cittadini, famiglie, imprese dovranno dare e quanto (e quando) potranno ricevere. Esempio: i comuni forse sbloccheranno i fondi, se li hanno, ma le regioni sulle quali incombono i debiti della sanità rischiano ancora di dover raddoppiare l'addizionale Irpef: per un reddito medio di 40 mila euro si tratterebbe di sborsare da subito 1.300 euro in più all'anno. Anche le "tre streghe" di giugno-luglio, cioè la nuova Tares sui rifiuti, l'aumento di un punto dell'Iva e l'acconto Imu, non sembrano destinate a migliore sorte: pagheremo tutto. Per la Tares, i comuni hanno solo ottenuto che il maggior onere venga trasferito sul saldo di fine anno. Per scongiurare l'aumento dell'Iva, ora che il deficit pubblico viaggia verso il 2,9 per cento, i margini sono inesistenti. Quanto all'Imu, del quale tutti avevano promesso la riduzione se non la restituzione, dal 2013 lo Stato si prenderà anche quella sugli alberghi e sui fabbricati strumentali delle imprese, lasciando ai comuni la possibilità di rifarsi con un ulteriore aggravio dello 0,3 per cento. Mentre i saggi iniziano con comodo il loro lavoro al Quirinale, che essendo breve si immagina almeno intenso, la commissione speciale istituita dal nuovo Parlamento per occuparsi di tasse, esaminando la prima bozza del Def (Documento economia e finanza) che entro 10 giorni dovrà essere inviato a Bruxelles, è giunta alla conclusione che per la seconda metà dell'anno si rischia una nuova manovra da 10 miliardi di euro. Il tutto proprio quando è attesa la sospirata ripartenza dell'economia. Che cosa sta accadendo? Non ci vuole molto a capirlo. L'Italia è stata definitivamente scaricata dall'Europa. Monti, come ha scritto Le Monde, "è politicamente morto". Un nuovo governo ancora non si intravvede. La crisi di Cipro, con il "prestito" europeo fatto pagare a correntisti e risparmiatori (e poco importa che siano in gran parte capitali stranieri: questo vale anche per il Lussemburgo) ha creato un precedente; e svelato la nuova linea: ognuno faccia per sé, ma tutti in riga dietro Berlino. Bruxelles e la Germania hanno acconsentito a che Francia, Spagna e Portogallo rinviino di un anno il rientro dal deficit. L'Italia no. Eppure siamo pagatori netti del bilancio europeo con 4,5 miliardi l'anno più di quanto riceviamo; 5,7 miliardi di quota del fondo salva-stati, 14,25 per prestiti bilaterali a Grecia, Irlanda e Portogallo, altri 6 miliardi per "garanzie stabili", 1,35 miliardi come quota del capitale Bce. Versiamo a Bruxelles e Francoforte 30 miliardi l'anno in cambio di cosa? Solo schiaffoni, vedere costantemente minacciati i nostri risparmi, ricevere promesse mai mantenute. di Marlowe

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