I numeri c’erano, le premesse anche, i richiami alla “responsabilità” e la promessa di dimissioni ancora risuonavano nel Transatlantico e così la maggioranza approva la nuova legge elettorale. Lo Stabilicum incassa 227 voti favorevoli e 164 contrari. È la quinta legge elettorale dal 1993 quando il referendum del 18 aprile ha segnato il passaggio dal proporzionale puro a un sistema di tipo maggioritario. “Siamo entrati nella Terza Repubblica” esulta Donzelli. Quello che è certo è che questa legge incorona il bipolarismo. Si dovrà scegliere: o di qua o di là, con buona pace di Marattin che in Aula rivolge un appello ai partiti a “non fare ammucchiate” che sì sono “brave a vincere ma meno a governare”. E soprattutto dovrà essere chiaro il nome del candidato premier; una formalità a destra, una incognita ancora da risolvere a sinistra. Nessun colpo di scena in Aula, nessuna fronda di franchi tiratori, anche se alla prova dei fatti poi mancheranno 5 o 6 voti all’appello. Che tutto stesse per filare liscio lo si capisce subito. Giorgia Meloni non è presente in Aula, nonostante alcune indiscrezioni giornalistiche nei giorni scorsi avessero paventato una sua presenza per lanciare un messaggio. La premier segue il voto da Ascoli dove ha inaugurato palazzo Paladini Pilastri. “Sono soddisfatta dell’ok sulla legge elettorale”, si tratta di una riforma “che rimette più potere in mano ai cittadini, garantisce la stabilità, è una buona cosa - ha sottolineato Meloni, oggi ad Ascoli - È una legge fatta per l’Italia”.
Ma torniamo alla giornata. Quando i lavori iniziano l’aula è semivuota, ma sono solo le 10.30 e non si voterà prima delle 12.30. E infatti poco alla volta arrivano tutti, o quasi, fra i ministri manca solo Giorgetti; assente giustificato. Sold out i banchi dei deputati di maggioranza, d’altronde per l’occasione erano state annullate le missioni, le trasferte e qualsiasi altro tipo di impegno. Anche fra gli scranni dell’opposizione ci sono tutti. A partire dai due leader: Elly Schlein e Giuseppe Conte, nonostante siano entrambi raffreddati tanto che la leader dem a un certo punto si assenta (“scusate devo prendere un tachiflù”). Anche Conte non è al meglio e c’è chi commenta: “È lo stesso virus di Schlein”. Tra le fila del Movimento 5 Stelle non fa mancare la sua presenza neanche Valentina Barzotti che, da neo mamma, è in Aula con la piccola Angelica. E che sia una seduta partecipata lo si capisce dall’arrivo di Marta Fascina. Le vedette, che tanto hanno occupato le cronache di questi giorni, non sembrano esserci. “A parte qualcuno a cui abbiamo tagliato le dita - scherza Bignami prima di entrare in aula - ci fidiamo dei nostri deputati”. L’attenzione dei cronisti verso le vedette è altissima e a farne le spese è Giovanni Donzelli. Quando si alza dal suo banco per spostarsi qualche posto più in alto scatta subito l’allarme. “Ecco, va a controllare come votano i suoi”, sarà poi lo stesso responsabile dell’organizzazione di FdI a spiegare: “Ero andato a telefonare... capita spesso che mi sposto”. Non basta a fugare i dubbi di Schlein che nel suo intervento indicando la parte superiore dell’emiciclo tuona: “Avete piazzato i vostri colonnelli nell’ultima fila per controllare il dito del vicino”. Ce l’ha con Andrea Delmastro, Sara Kelany, Marta Schifone e Augusta Montaruli, seduti in alto rispetto al proprio gruppo parlamentare.
Spostando lo sguardo più in basso ci si rende conto che anche lei ha la sua vedetta. È Giuseppe Conte che, durante l’intervento di Schlein, si piazza davanti ai banchi del Pd; ascolta e annuisce. nato “al lavoro con Falcone e Borsellino”. Donzelli replicherà lapidario: “Anche nei dipinti dell’Ultima Cena Giuda è seduto accanto a Gesù”. Bonelli “svela” il piano B di Meloni: “Se nessuno raggiunge il 42% scatta il proporzionale puro e lei farà l’accordo con Vannacci”. Anche il ministro Foti ha la sua lettura del voto: “L’opposizione è finalmente unita, nella sconfitta”. Al momento dell’approvazione la maggioranza applaude, le opposizioni protestano con tanto di cartelli. “Legge truffa”, “Con Meloni gasolio a 3 euro”, “Con Meloni salari al palo”. L’ultimo scoglio da superare per la maggioranza sarà il vaglio della Consulta. Lunedì alla Camera le opposizioni presenteranno i ricorsi che riguardano: il numero di firme necessarie per la presentazione delle liste per chi non ha un gruppo già costituito in Parlamento, il meccanismo previsto per far scattare il premio di maggioranza, il sistema parziale di preferenze e la nuova mappa delle Circoscrizioni estere. Donzelli ostenta tranquillità: “Non è che tutto quello che al Pd non torna è incostituzionale. La Corte è una cosa un po’ più seria delle correnti del Pd”. Una volta risolto il come si voterà, bisogna capire il quando. E lì si apre tutta un’altra partita.
