È stata l’ansia da copertura finanziaria, malattia che ha ormai colpito da tempo i tecnici della Ragioneria dello Stato, e non sembra avere ancora cura sicura, a bloccare il passaggio al consiglio dei ministri di ieri del decreto più atteso dal sistema imprenditoriale italiano. Quello che sbloccava la cassa delle amministrazioni pubbliche per pagare i debiti accumulati negli anni scorsi. Un atto dovuto visto che lo Stato ha comprato beni e servizi ma non ha onorato i suoi impegni per timore che le somme, comprese complessivamente tra 70 e 90 miliardi, dovessero essere aggiunte al deficit dello Stato. Così dopo un lavoro cesellino dei tecnici si è arrivati a una bozza di decreto che consentiva al Tesoro di accendere altri debiti per pagare i fornitori. Un’eresia per la Ragioneria dello Stato che ha imposto al latore del testo al consiglio dei ministri, il ministro Vittorio Grilli, la richiesta di abbinare al testo anche la possibilità per gli enti locali di recuperare risorse attraverso un aumento delle addizionali Irpef. I danni prodotti dalla austerità non sembrano aver insegnato nulla ai tecnici della Ragioneria di Via XX settembre. La paura della reprimenda europea, di una bacchettata della Merkel ai gestori dei conti pubblici italiani, hanno creato le premesse per il «pasticcio». Sì perché la richiesta sostanziale di aumentare le tasse regionali, per ripianare i presumibili deficit che si aprirebbero in seguito alle anticipazioni di cassa richieste al Tesoro da restituire in tempi certi, ha di fatto bloccato una parte del provvedimento che avrebbe dato la possibilità di erogare subito circa 7 miliardi. Una terzo dei venti miliardi di cui complessivamente trattava il decreto ma che sono già disponibili nella casse dei Comuni italiani. Sono composti infatti da residui e parti di finanziamenti pronti a essere erogati dagli enti locali ma che, per i vincoli del Patto di Stabilità interno, non possono essere spesi. Si tratta in gran parte di spese in conto capitale, destinate cioè a investimenti e a progetti che spesso sono cofinanziati nelle regioni del Sud con i fondi strutturali dell’Unione Europea. Ebbene i soldi ci sono, i progetti e i primi cantieri pure, manca solo il via libera del Tesoro che, in ossequio alla cieca rispondenza ai criteri ragionieristici, però non arriva. E qui arriva il punto dolente che ha scatenato le divergenze tra la parte tecnica del Consiglio dei ministri capeggiata dal ministro Passera e da quella che risponde dei conti guidata da Grilli che, per non confutare le relazioni dei suoi tecnici, ha deciso di prendere tempo. Commettendo però un errore politico non da poco. La situazione è spiegabile con un esempio. È come se in un’azienda privata il ragioniere, colui che ha in mano il controllo dei flussi finanziari facesse le veci dell’amministratore delegato. Una situazione paradossale che nel governo della cosa pubblica del Paese si sta però verificando. Sì perché la considerazione della contabilità pura non tiene conto dell’effetto moltiplicativo che un’iniezione di liquidità oggi avrebbe nel Paese. Un effetto del moltiplicatore simile a quello che si studia nei testi di economia e relativo alla creazione di ricchezza che produce un investimento produttivo. Ai tecnici, infatti, sfugge l’effetto dell’aumento della circolazione di moneta che si determina quando un fornitore in crisi di liquidità ottiene soldi in cassa. Le imprese chiudono i loro debiti, pagano gli stipendi agli operai ai quali hanno chiesto una proroga per guadagnare tempo. Si precipitano in banca dove lo sconfinamento del fido è ormai diventata la regola e ricontratta migliori condizioni. Non solo. L’effetto si allarga anche al sistema creditizio anche questo ingessato da regole e da portafogli gonfi di titoli di Stato che non consentono largo margine nelle erogazioni. L’afflusso di contante negli sportelli e nelle filiali può consentire di attingere a maggiori disponibilità per aumentare prestiti e mutui alle imprese e alla famiglie. Magari favorendo una ripresa dei consumi che di questi tempi non farebbe male. Ancora da considerare l’effetto sui comuni virtuosi dell’allentamento del Patto di Stabilità interno. Una situazione da non sottovalutare perché, aperti i cordoni della borsa per finanziare opere pubbliche del territorio, si creerebbe una nuova fase di programmazione che oltre a dotare e rinnovare la dotazione infrastrutturale ormai obsoleta genererebbe Pil sul territorio. Insomma secondo calcoli a spanne dei tecnici governativi considerando un effetto moltiplicatore pari a tre, i sette miliardi in questione muoverebbero 21 miliardi di euro. Non è poco. Ora si guarda a lunedì. Scadenza stabilita per l’ok al decreto. Si speras senza altri rinvii.
Il bluff del governo Monti I soldi per le imprese ci sono
Pasticcio Grilli cede alla Ragioneria per la copertura finanziaria Così blocca la deroga al Patto per i Comuni che vale 7 miliardi subito
