Ora si fa sul serio. Le trattative sul successore di Giorgio Napolitano al Quirinale sono partite da tempo, ma adesso ci sono anche le date in cui si giocherà la partita politica più importante. La presidente della Camera Laura Boldrini ha infatti annunciato che il 15 aprile convocherà le Camere in seduta comune per l’elezione del nuovo presidente. La prima data utile per le votazioni sarà giovedì 18 e da quel momento ogni scrutinio potrebbe essere quello buono. In passato in tre casi il capo dello Stato fu eletto al primo tentativo, ma per Leone, nel 1971, furono necessari 23 scrutini nel corso di due settimane. La tempistica non rappresenterà un aspetto marginale. Se non si dovesse trovare un accordo rapido e passassero diversi giorni per designare il nuovo inquilino del Colle, eventuali nuove elezioni a giugno diventerebbero impossibili. Il nuovo capo dello Stato, infatti, prima di sciogliere le Camere, dovrebbe dare vita a un nuovo giro di consultazioni. A quel punto ci vorrebbero altri 60-70 giorni per adempiere a tutte le formalità. Si scivolerebbe, cioè, ai primi di luglio, con una parte del Paese al mare. Un precedente spingerebbe i partiti maggiori a evitare una simile eventualità, visto che nell’unico caso di voto sotto le ferie, a fine giugno del 1983, Pci e Dc arretrarono clamorosamente a vantaggio del «terzo incomodo» Bettino Craxi. Che stavolta potrebbe essere interpretato da Grillo. L’unico modo per accelerare le operazioni sarebbe una rielezione di Napolitano, perché l’attuale presidente non avrebbe bisogno di un nuovo giro di consultazioni per sciogliere le Camere, ma il capo dello Stato ha già più volte manifestato la sua ritrosia a un nuovo incarico. Napolitano, anzi, se tenesse fede alla promessa di restare in carica «fino all’ultimo giorno del mandato», potrebbe lasciare il Colle solo il 15 maggio, ma è molto più probabile che si dimetta una volta che sia stato eletto il successore. Ai parlamentari si affiancheranno i delegati delle varie Regioni. Tre per ognuna, due di maggioranza e uno di opposizione, fatta eccezione per la Val d’Aosta che ne esprimerà solo uno. C’era il caso del Friuli Venezia Giulia, che rinnoverà il Consiglio regionale i prossimi 21 e 22 aprile, ma la presidente Boldrini ha chiarito che «come avvenuto in passato, il Consiglio uscente ha proceduto in anticipo sulle designazioni». La partita del Quirinale si intreccerà inevitabilmente con quella del governo, semmai nascerà. Lo ha esplicitato martedì Pier Luigi Bersani, quando ha parlato della «necessità della massima convergenza» ma ha rilanciato al tempo stesso il suo «esecutivo di cambiamento» per Palazzo Chigi. Tradotto: se il Pdl accetterà di far partire il governo non contrastando il voto di fiducia al Senato (ad esempio uscendo dall’Aula), Berlusconi incasserà un capo dello Stato «non ostile». Altrimenti il centrosinistra è pronto a fare da solo e ad eleggere lo «spauracchio» Romano Prodi. Bersani ha il coltello dalla parte del manico: dalla quarta votazione in poi non è più necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi (672 voti su 1.007), ma quella semplice, pari a 504 voti. Contando parlamentari e delegati regionali, il centrosinistra dispone di 495 voti. Gli basterebbe reclutarne altri nove tra grillini e montiani per raggiungere l’obiettivo. Sempre che l’ala «renziana» non disubbidisca al partito. Come accadde nel 1992, quando Arnaldo Forlani, pur indicato dalla Dc, venne tradito dai franchi tiratori e cedette il passo a Oscar Luigi Scalfaro. Al punto che, secondo alcune voci interne al Pd, Bersani potrebbe «bruciare» la carta Prodi nelle prime tre votazioni ma poi non riproporla più avanti, quando anche le correnti interne diventeranno determinanti. In caso di accordo col Pdl, invece, ci sarebbe spazio per un candidato meno di «rottura», come D’Alema, Violante o Marini. Difficile che il Pd sostenga un nome di centrodestra, come Gianni Letta o Marcello Pera. Ci sono poi gli outsider. Come l’eterna Emma Bonino, anche in passato tra i «quirinabili». Ieri l’esponente radicale ha ricevuto l’endorsement della pidiellina Mara Carfagna, ma è difficili ipotizzare che l’ala più cattolica dei berluscones voti una candidata laicissima. Da verificare, infine, cosa accadrà nell’universo grillino. Gli iscritti al MoVimento voteranno sul blog il proprio candidato di riferimento alcuni giorni prima delle votazioni ufficiali. Al momento, tra i più quotati, ci sono il fondatore di Emergency Gino Strada e l’ex procuratore capo di Palermo Gian Carlo Caselli, oltre al costituzionalista Valerio Onida attualmente tra i «dieci saggi» di Napolitano. Se il Pd ottenesse un appoggio dal M5S per la nascita del governo, pottrebbe far convergere i propri voti sul nome indicato da Grillo. Per ora, però, è ancora tutto fantapolitica: nei prossimi 15 giorni può davvero succedere di tutto.
Dal 18 si gioca la partita del Colle
Pronta la convocazione delle Camere Margini minimi per il voto a giugno
