Politica

Le critiche svelano responsabilità

di Francesco Damato...

di Francesco Damato Prima ancora di essere non solo formalmente ma anche praticamente investiti oggi al Quirinale del loro compito straordinario di predisporre "proposte programmatiche" di possibile "condivisione", i saggi scelti dal presidente della Repubblica si sono visti contestati dai due partiti maggiori - il Pd e il Pdl - che essi dovrebbero cercare di avvicinare. E nelle cui file, o dintorni, Giorgio Napolitano ha voluto trovare alcuni componenti dei due gruppi ristretti di esperti. Appartengono al Pd, per esempio, l'ex presidente della Camera Luciano Violante, prodigatosi l'anno scorso in una lunga e purtroppo sfortunata trattativa sulla riforma elettorale, e Filippo Bubbico, presidente della commissione speciale appena costituita al Senato per l'esame preliminare dei provvedimenti urgenti varati dal governo ancora in carica. Sono, rispettivamente, appartenenti o riferibili al Pdl il senatore Gaetano Quagliariello, anche lui prodigatosi con Violante nelle già citate trattative sulla riforma elettorale, e il professore Giovanni Pitruzzella, arrivato alla presidenza dell'Autorità garante della concorrenza su arcinota designazione dell'allora presidente del Senato Renato Schifani, tornato ora al ruolo di capogruppo del partito berlusconiano a Palazzo Madama. Appartiene invece alla Lega il "saggio" Giancarlo Giorgetti, capogruppo del Carroccio e presidente della commissione speciale della Camera omologa a quella guidata al Senato da Bubbico. Come appartiene alla "Scelta civica" di Mario Monti, presiedendone il gruppo senatoriale, l'ex berlusconiano Mario Mauro. Ebbene, a dispetto di quella che potremmo definire anagrafe politica, esponenti autorevoli del Pd e del Pdl hanno tenuto a declassare a livello "personale" la presenza di Violante, Bubbico, Quagliariello e Pitruzzella nei gruppi ristretti sui problemi istituzionali ed economici cui ha voluto fare ricorso il capo dello Stato non per perdere tempo, ma per cercare di tenere aperto il dialogo fra i partiti necessari alle "larghe intese" ch'egli raccomanda da tempo. Intese che riuscì a realizzare nell'autunno del 2011 attorno al governo tecnico di Monti e ritiene ancora necessarie oggi, essendosi ulteriormente aggravate, o essendosene aggiunte altre, le emergenze che motivarono la staffetta fra Berlusconi e Monti a Palazzo Chigi, con il consenso esplicito e decisivo allora del Cavaliere. Che cosa abbia indotto i dirigenti del Pdl a esporsi ieri in una serie di critiche al passaggio voluto da Napolitano, è francamente difficile capire, e tanto meno condividere. Non può bastare ad una comprensione o condivisione il fastidio che può avere procurato nel partito berlusconiano la rianimazione del governo dimissionario ma "operativo" derivata dal prolungamento dei tempi della crisi. Una rianimazione obbligata, specie in riferimento agli impegni internazionali del Paese, per quanti errori, anche clamorosi, Monti abbia potuto fare anche negli ultimi giorni, per esempio nella incredibilmente pasticciata gestione della vicenda dei due marò italiani prima trattenuti e poi rispediti in India. Si possono invece capire, pur senza condividerle, le reazioni negative ai saggi emerse dal Pd. Dove la scelta di Napolitano contraddice l'ostinazione di Pier Luigi Bersani e compagni, decisi a tenere fuori il Pdl dal loro progetto di governo e di maggioranza, e ad inseguire ancora un aiuto sinora negato dai grillini, anche a costo di sfidare il Senato, dove mancano i numeri per la fiducia, con un governo minoritario. Che proprio per questo il presidente della Repubblica si è rifiutato di nominare, archiviando come "non risolutivo" il pre-incarico affidato il 22 marzo a Bersani. Un "non risolutivo" che ieri, per ritorsione politica persino sfacciata, l'ex capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini ha affibbiato anche al passaggio dei gruppi ristretti di esperti annunciato sabato e ribadito ieri da Napolitano. Il quale è evidentemente convinto di poter fare rientrare le prime riserve emerse. Si può ben dire, a questo punto, che entrambi i partiti maggiori si sono mostrati renitenti alla terapia della decantazione e del dialogo disposta dal presidente della Repubblica. Che forse spera possa maturare nel Pd, anche con l'aiuto degli esperti, un superamento delle pregiudiziali opposte al Pdl. Paradossalmente, a parte il consenso esplicito o implicito della Lega e dei montiani, il migliore giudizio sul passaggio voluto da Napolitano è arrivato da Beppe Grillo. Che, pur non contando presenze nei gruppi ristretti allestiti dal capo dello Stato, ha definito quella di Napolitano "la migliore soluzione possibile", almeno in questo momento. È incredibile, ma vero.

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