Il presidente della Repubblica ha per fortuna resistito alla tentazione delle dimissioni attribuitagli a torto o a ragione per alcune ore. Dimissioni che, per quanto anticipate di sole sei settimane rispetto alla scadenza ordinaria del suo mandato, avrebbero potuto complicare la già troppo difficile situazione politica, anziché accelerarne e facilitarne gli sviluppi con l'elezione del successore. I contrasti fra i partiti, e al loro interno, specie nel caso del Pd, sul problema del nuovo governo non sono certamente inferiori a quelli sulla scelta del nuovo capo dello Stato. Sarebbe più facile che un accordo di governo spianasse la strada ad un'intesa sul Quirinale che viceversa. Basterà ricordare il pasticcio politico e istituzionale che nel 1992 il compianto Francesco Cossiga provocò, suo malgrado, anticipando di qualche settimana con le dimissioni l'epilogo del suo mandato presidenziale. C'era allora una maggioranza uscente -quella basata sull'alleanza privilegiata fra la Dc e il Psi- insidiata da opposte ambizioni personali dei leader ed anche incalzata dai tuoni della Procura di Milano per le indagini su corruzione e finanziamento illegale dei partiti, ma pur sempre sopravvissuta con ristretti margini parlamentari al responso delle urne. E ciò, nonostante l'irruzione dei leghisti, paragonabile ma solo in difetto, molto in difetto, a quella dei grillini nel Parlamento eletto a fine febbraio scorso. Fu in quel contesto che Cossiga, in scadenza di mandato com'è oggi Napolitano, pensò appunto di facilitare le cose anteponendo la sua successione alla formazione del nuovo governo. Ma i contrasti aumentarono, anziché diminuire. Il Parlamento si bloccò nelle votazioni per il Quirinale, vanificate dai soliti "franchi tiratori", sino a quando non fu scosso dalla tragedia di Capaci, cioè dall'attentato mafioso che costò la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie e alla scorta. Una tragedia davanti alla quale il mondo politico sentì finalmente l'obbligo e l'orgoglio di trovare in poche ore un accordo scegliendo per la successione a Cossiga fra i presidenti appena eletti delle Camere, Giovanni Spadolini al Senato e Oscar Luigi Scalfaro a Montecitorio. Prevalse la scelta di Scalfaro per la preferenza espressagli dai comunisti, quando il povero Spadolini, peraltro supplente del dimissionario Cossiga al vertice dello Stato, aveva già preparato un discorso di insediamento dei suoi, cioè bellissimo. Ci mancherebbe in questo intricatissimo e già troppo rischioso 2013 solo una tragedia sanguinosa come quella del 1992. Napolitano, che ha memoria buona, e al quale capitò quella volta di succedere a Scalfaro alla presidenza della Camera, ha quindi fatto benissimo, anche per ragioni scaramantiche, a non cadere nella tentazione delle dimissioni. E a decidere di rimanere al suo posto sino all'ultimo momento, offrendo peraltro a tutte le forze politiche un'altra occasione per cercare di rinsavire da quella follia che sembra averle prese in un intreccio di veti paragonabile, per le condizioni del Paese, solo ad una danza sull'orlo di un cratere di fuoco. L'occasione che Napolitano ha voluto offrire ai partiti, dopo l'inutile inseguimento dell'appoggio dei grillini da parte del segretario del Pd Pier Luigi Bersani in funzione dichiaratamente antiberlusconiana, è il sostanziale congelamento della crisi. Un congelamento però non fine a se stesso, che sarebbe un rimedio peggiore del male, ma funzionale al lavoro di due gruppi di esperti di problemi istituzionali ed economici chiamati ad elaborare -per usare le parole dello stesso Napolitano- "precise proposte programmatiche che possano divenire in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche". E che potrebbero risultare utili anche al nuovo presidente della Repubblica per una soluzione vera della crisi di governo, che Napolitano evidentemente ritiene destinata appunto al successore, tanto è stato disseminato di ostacoli il tratto finale del suo mandato da partiti e leader presi più dai loro problemi che da quelli del Paese. In mancanza del miracolo del cosiddetto governo del Presidente, o di scopo, bloccato anch'esso da veti malamente nascosti dietro disponibilità troppo generiche, ma da cui ha probabilmente attinto almeno alcuni dei nomi dei gruppi di esperti nominati ieri, Napolitano ha prodotto il quasi miracolo di una crisi non aggravata da un suo ritiro anticipato, sia pure di poco. Che avrebbe però aumentato di parecchio anche lo sconcerto internazionale. di Francesco Damato Il presidente della Repubblica ha per fortuna resistito alla tentazione delle dimissioni attribuitagli a torto o a ragione per alcune ore. Dimissioni che, per quanto anticipate di sole sei settimane rispetto alla scadenza ordinaria del suo mandato, avrebbero potuto complicare la già troppo difficile situazione politica, anziché accelerarne e facilitarne gli sviluppi con l'elezione del successore. I contrasti fra i partiti, e al loro interno, specie nel caso del Pd, sul problema del nuovo governo non sono certamente inferiori a quelli sulla scelta del nuovo capo dello Stato. E' più facile che un accordo di governo spiani la strada ad un'intesa sul Quirinale che viceversa. Basterà ricordare il pasticcio politico e istituzionale che nel 1992 il compianto Francesco Cossiga provocò, suo malgrado, anticipando di qualche settimana con le dimissioni l'epilogo del suo mandato presidenziale. C'era allora una maggioranza uscente -quella basata sull'alleanza privilegiata fra la Dc e il Psi- insidiata da opposte ambizioni personali dei leader ed anche incalzata dai tuoni della Procura di Milano per le indagini su corruzione e finanziamento illegale dei partiti, ma pur sempre sopravvissuta con ristretti margini parlamentari al responso delle urne. E ciò, nonostante l'irruzione dei leghisti, paragonabile ma solo in difetto, molto in difetto, a quella dei grillini nel Parlamento eletto a fine febbraio scorso. Fu in quel contesto che Cossiga, in scadenza di mandato com'è oggi Napolitano, pensò appunto di facilitare le cose anteponendo la sua successione alla formazione del nuovo governo. Ma i contrasti aumentarono, anziché diminuire. Il Parlamento si bloccò nelle votazioni per il Quirinale, vanificate dai soliti "franchi tiratori", sino a quando non fu scosso dalla tragedia di Capaci, cioè dall'attentato mafioso che costò la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie e alla scorta. Una tragedia davanti alla quale il mondo politico sentì finalmente l'obbligo e l'orgoglio di trovare in poche ore un accordo scegliendo per la successione a Cossiga fra i presidenti appena eletti delle Camere, Giovanni Spadolini al Senato e Oscar Luigi Scalfaro a Montecitorio. Prevalse la scelta di Scalfaro per la preferenza espressagli dai comunisti, quando il povero Spadolini, peraltro supplente del dimissionario Cossiga al vertice dello Stato, aveva già preparato un discorso di insediamento dei suoi, cioè bellissimo. Ci mancherebbe in questo intricatissimo e già troppo rischioso 2013 solo una tragedia sanguinosa come quella del 1992. Napolitano, che ha memoria buona, e al quale capitò quella volta di succedere a Scalfaro alla presidenza della Camera, ha quindi fatto benissimo, anche per ragioni scaramantiche, a non cadere nella tentazione delle dimissioni. E a decidere di rimanere al suo posto sino all'ultimo momento, offrendo peraltro a tutte le forze politiche un'altra occasione per cercare di rinsavire da quella follia che sembra averle prese in un intreccio di veti paragonabile, per le condizioni del Paese, solo ad una danza sull'orlo di un cratere di fuoco. L'occasione che Napolitano ha voluto offrire ai partiti, dopo l'inutile inseguimento dell'appoggio dei grillini da parte del segretario del Pd Pier Luigi Bersani in funzione dichiaratamente antiberlusconiana, è il sostanziale congelamento della crisi. Un congelamento però non fine a se stesso, che sarebbe un rimedio peggiore del male, ma funzionale al lavoro di due gruppi di esperti di problemi istituzionali ed economici chiamati ad elaborare -per usare le parole dello stesso Napolitano- "precise proposte programmatiche che possano divenire in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche". E che potrebbero risultare utili anche al nuovo presidente della Repubblica per una soluzione vera della crisi di governo, che Napolitano evidentemente ritiene destinata appunto al successore, tanto è stato disseminato di ostacoli il tratto finale del suo mandato da partiti e leader presi più dai loro problemi che da quelli del Paese. In mancanza del miracolo del cosiddetto governo del Presidente, o di scopo, bloccato anch'esso da veti malamente nascosti dietro disponibilità troppo generiche, ma da cui ha probabilmente attinto almeno alcuni dei nomi dei gruppi di esperti nominati ieri, Napolitano ha prodotto il quasi miracolo di una crisi non aggravata da un suo ritiro anticipato, sia pure di poco. Che avrebbe però aumentato di parecchio anche lo sconcerto internazionale.
Il gesto di un padre della Patria
Il presidente della Repubblica ha per fortuna resistito alla tentazione delle dimissioni attribuitagli a torto o a ragione per alcune ore. Dimissioni che, per quanto anticipate di sole sei settimane...