Politica

Pier Luigi ventriloquo di Nichi

di Francesco Damato...

di Francesco Damato Proviamo ad immaginare un giovedì sera ancora più strano di quello riferito dai cronisti accorsi al Quirinale per riferire sull'incontro conclusivo del lavoro del segretario del Pd pre-incaricato di tentare la formazione del nuovo governo. Un incontro, per esempio, al quale Pier Luigi Bersani, contagiato dai grillini così a lungo e così inutilmente corteggiati per un aiutino nell'aula del Senato, squagliandosela magari nel momento della votazione sulla fiducia, si presenta con una videocamera per trasmettere in diretta streaming lo scambio di "valutazioni" con il capo dello Stato. Giorgio Napolitano oppone giustamente e dignitosamente un netto rifiuto alle modalità grilline della trasparenza. Neppure Beppe Grillo e amici, d'altronde, sono arrivati, quando è toccato a loro di presentarsi davanti al presidente della Repubblica, a pretendere ciò che hanno invece ottenuto da Bersani nella sala messagli a disposizione a Montecitorio per le sue consultazioni o trattative. Al Quirinale no, non si deve giocare, nè scherzare. Speriamo neppure con il nuovo capo dello Stato, se e quando il Parlamento riuscirà dopo il 15 aprile ad eleggere un successore al presidente che sta purtroppo concludendo il proprio mandato. E si ostina a non volere sentir parlare di una sua rielezione, ritenendo che, a prescindere dalla sua età, che pure ha il suo peso, sette anni debbano bastare e avanzare per un lavoro come quello che egli ha svolto dal 2006, anche se la Costituzione non proibisce repliche. Convinto Bersani senza molta fatica a rinunciare allo streaming di rito grillino, Napolitano si lascia raccontare l'esito, purtroppo "non risolutivo", come farà poi annunciare ufficialmente, degli incontri avuti dal suo interlocutore alla ricerca di un sostegno "certo" nelle due Camere, cioè anche al Senato, e non solo a Montecitorio. Dove l'assai generoso premio di maggioranza stabilito da una porcata di legge elettorale, definita così anche da Bersani e dal suo partito, ha garantito al cosiddetto centrosinistra il 55 per cento dei seggi pur con meno di un terzo dei voti raccolto nelle urne a fine febbraio. Quando si passa dal rapporto sui dati più o meno numerici alle "valutazioni" del suo interlocutore, alle quali egli ne oppone altre con il solito puntiglio, Napolitano stenta a credere a quel che vede e sente. A vedere, in verità, non avrebbe motivo di dubitare. La calvizie che ha di fronte, gli occhi, i lobi senza orecchini sono sicuramente quelli del suo amico ed ex compagno di partito Bersani. Anche il suono emiliano della voce è inconfondibilmente suo. Ma se circoscrive l'attenzione al contenuto delle riflessioni e delle richieste che riceve, Napolitano ha la sensazione di trovarsi con Nichi Vendola, governatore della Puglia e leader di "Sinistra Ecologia Libertà", Sel per gli addetti ai lavori: un partito di poco superiore al 3 per cento dei voti, entrato in Parlamento per il rotto della cuffia grazie all'alleanza elettorale, o apparentamento, con il Pd. Di Vendola, purtroppo, Bersani è diventato il ventriloquo politico, al termine di una parabola cominciata nello scorso mese di ottobre, quando stipulò pubblicamente con lui un "contratto". Allora Silvio Berlusconi era in caduta libera nei sondaggi, il "tecnico" Mario Monti non sembrava neppure tentato dalla campagna elettorale, i grillini erano ancora valutati ad una cifra, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia seguiva le vicende politiche italiane dal lontano Guatemala e Pd e Sel immaginavano di avere già vinto a mani basse le elezioni del 2013. Ma anche quando le cose cominciarono a cambiare e a non apparire così sicure Bersani continuò a considerare Vendola una risorsa irrinunciabile. Se ne lasciò condizionare tanto da chiedergli e ottenere l'aiuto decisivo, stimolandone l'olfatto con il "profumo" reclamato dal governatore pugliese, per sconfiggere nel ballottaggio delle primarie del centrosinistra il giovane compagno di partito e sindaco di Firenze Matteo Renzi. Che pure era chiaramente l'unico a poter vincere le elezioni, quelle vere, pescando voti anche nel bacino tradizionale del centrodestra. Una volta perduta la partita nelle urne, o mancata la vittoria, come Bersani preferisce dire, Vendola ha spinto il segretario del Pd a far pagare al Cavaliere il suo dirompente recupero elettorale. E come? Chiudendogli in Parlamento le porte del governo in faccia per aprirle solo a Grillo, con i risultati che si sono visti. Abbiamo scritto di recente che "si scrive Bersani ma si legge Vendola". Ora che la sua corsa a Palazzo Chigi è finita, c'è solo da chiedersi se abbia fallito Pier Luigi Vendola o Nichi Bersani. E se o quando il Pd ne chiederà conto al segretario.

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