Un’altra notte per riflettere. Giorgio Napolitano conclude il suo veloce giro di consultazioni e non rilascia dichiarazioni. I giornalisti, alla spicciolata, lasciano il Quirinale. La sala stampa chiude e riaprirà su convocazione. E così anche oggi, esattamente come accaduto, nell’ultima settimana, l’attenzione di tutti sarà rivolta al Colle. La «trattativa» che Napolitano ha voluto condurre personalmente dopo i «non risolutivi» tentativi di Pier Luigi Bersani non sembra aver prodotto risultati significativi. Almeno stando alle dichiarazioni pronunciate da chi si è presentato al Quirinale. Silvio Berlusconi e Roberto Maroni hanno ribadito la loro disponibilità ad un governo di larghe intese guidato da un politico di centrosinistra. Il MoVimento 5 Stelle ha ribadito che l’unico esecutivo possibile è quello che potrebbe nascere da un mandato affidato a loro. Scelta Civica che serve una grande coalizione. Sel che c’è solo Bersani premier. Il Pd che non esiste alcun governissimo possibile. Certo, i due principali attori su cui Napolitano vorrebbe costruire la maggioranza che guiderà l’Italia nei prossimi mesi hanno entrambi assicurato che, qualsiasi decisione dovesse essere presa dal Capo dello Stato, l’accetteranno. Parole che sembrano aprire spiragli d’intesa. Ma al momento la situazione è bloccata. E per superare lo stallo il presidente della Repubblica sta prendendo in considerazione tutte le possibilità. Compresa la più estrema: dimettersi in anticipo per permettere che sia il suo successore, nel pieno dei propri poteri compreso quello dello scioglimento delle Camere, a gestire la situazione. La voce è cominciata a circolare ieri subito dopo che la delegazione M5S ha lasciato il Palazzo del Quirinale. Non è un caso visto che, giunti a quel punto, il Capo dello Stato si è accorto di essere tornato al punto di partenza. Lo schema è chiaro. Ormai è un continuo rincorrersi di veti incrociati posti nella speranza che, alla fine, l’avversario decida di far saltare qualsiasi trattativa caricandosi l’etichetta di «irresponsabile» con cui, presumibilmente, si troverebbe ad affrontare la campagna elettorale. Davanti a questo gioco delle parti Napolitano ha ormai due sole possibilità. La prima, la più istituzionale, prevede la nomina di premier che riesca a ottenere la fiducia della maggioranza del Parlamento. Il capogruppo di M5S al Senato Vito Crimi ha scritto ieri sera su Facebook che il Capo dello Stato ha escluso l’eventualità di un governo tecnico sostenendo che «l’unico governo che può essere formato non può essere altro che un governo politico». Notizia gradita al Pdl che però avrebbe l’effetto di uno schiaffo per i Democratici con il rischio che il partito, nonostante le parole pronunciate da Letta, si spacchi tra chi sarebbe pronto ad accettare la scelta del Colle e chi, al contrario, vi si opporrebbe duramente. Infatti, per votare insieme al centrodestra e Scelta Civica senza perdere la faccia davanti agli elettori, il Pd avrebbe bisogno di un pretesto. E solo un esecutivo «di scopo», politicamente neutro, permetterebbe questo. Al contrario un «inciucio» pubblico, magari sancito dalla presenza di un presidente del Consiglio democratico, sarebbe la pietra tombale sul futuro del partito. Poi, ammesso che le resistenze fossero superate chi potrebbe indicare Napolitano? Via dal tavolo i «tecnici» citati in questi giorni (da Fabrizio Barca a Annamaria Cancellieri, passando per il presidente della Corte Costituzionale Franco Gallo) i nomi potrebbero essere quelli di Luciano Violante, Enrico Letta o, in alternativa, dello stesso Bersani (e comincia a circolare, pur tra smentinte, anche quello di Matteo Renzi). L’impressione, però, è che Napolitano sappia perfettamente che questa strada è veramente stretta. Il rischio è di far nascere un esecutivo fondato su equilibri fragilissimi. Meglio quindi dimettersi obbligando Pd e Pdl a trovare subito un’intesa sull’inquilino del Quirinale che, inevitabilmente, avrebbe effetti sulla formazione del governo. Forse è un approdo estremo. Il Capo dello Stato potrebbe semplicemente minacciare le dimissioni per spingere i contendenti ad ammorbidire le posizioni. Ma il comunicato diramato giovedì sera dopo il lungo colloquio con il segretario democratico è chiarissimo: nessun indugio.
L’«arma» di Re Giorgio: dimissioni subito
La sala stampa del Quirinale aperta dalle 13. Attesa per le comunicazioni del Capo dello Stato
