La «nota ufficiosa» del Pd, nascosta dietro la formula «fonti del partito», viene diramata appena Pier Luigi Bersani ha finito di parlare al Quirinale. Il segretario non ha aggiunto molte parole rispetto a quelle lette dal segretario generale Donato Marra . «Ho riferito al presidente - ha spiegato - dell’esito del lavoro di questi giorni, delle consultazioni che non hanno portato a un esito risolutivo. Ho spiegato le ragioni al presidente, ho illustrato gli elementi anche positivi che sono venuti attorno ad alcune proposte, ho descritto anche le difficoltà che sono derivate dalle preclusioni e da condizioni che io non ho ritenuto accettabili». Insomma, la colpa del fallimento non è sua ma piuttosto di Silvio Berlusconi («condizioni inaccettabili») e di Beppe Grillo («preclusioni»). E ora toccherà a Giorgio Napolitano capire se è possibile superare lo stallo. Con o senza Bersani. Che per ora resta in campo. Congelato. Su questo la «nota ufficiosa» che esce dal Nazareno è chiarissima: il segretario non ha rinunciato all’incarico ma ha affidato al Capo dello Stato il compito di condurre l’ultimo tentativo di mediazione. Concetto ripetuto da tutti gli esponenti del Pd che commentano quanto accaduto al Quirinale. «Non ha rinunciato», «non ha rinunciato», ripetono ossessivamente. Perché, a ben vedere, se da un lato Napolitano deve trovare un modo per convincere Pdl o M5S (o entrambi, perché no), ad ammorbidire le proprie posizioni. Dall’altro deve fare i conti con Bersani e con i Democratici. Il Capo dello Stato ha sempre mantenuto un atteggiamento super partes. E non ama quando qualcuno scrive o dice che il Pd è pur sempre il «suo» partito. Ma sa perfettamente, e lo ha detto affidando il pre-incarico al leader Pd, che delle tre «minoranze» presenti in Parlamento, quella democratica è la prima in termini di consensi alla Camera e quella che ha ottenuto la maggioranza relativa al Senato. Qualsiasi soluzione dovesse nascere, quindi, non può prescindere da questo dato. Durante il faccia a faccia con il Capo dello Stato, a quanto di apprende, il segretario non avrebbe minacciato rappresaglie nei confronti di un eventuale «governo del presidente». Se ci sarà da votare un esecutivo guidato da qualcun’altro per il bene del Paese difficilmente il Pd si tirerà indietro. Ma non tutto è accettabile. In primis la prospettiva di un governo di larghe intese assieme al Pdl. Per questo, al momento, Bersani più che un passo indietro, ha fatto un passo di lato. Consapevole che, alla fine, soprattutto se l’intesa maturasse in altri ambiti (programma, Quirinale) potrebbe essere ancora lui l’inquilino di Palazzo Chigi. Anche perché, come dimostrano le dichiarazioni a sostegno del leader, nonostante in molti si affrettino a spiegare che a partire da ieri sera il segretario non è più «persona gradita» nel partito, è ancora lui a controllare la maggioranza dei gruppi parlamentari. Tradotto: se vuole può mettersi di traverso ostacolare qualsiasi iniziativa. Sarà veramente così? Il rischio c’è. E Napolitano, ormai arrivato alla fine del suo settennato, non può rischiare di avviare un braccio di ferro logorante con il rischio che, alla fine, l’Italia si trovi senza governo vittima dello spread, dei mercati e sul banco degli imputati in Europa. Tutto, quindi, si gioca attorno alle domande che hanno accompagnato il lavoro di questi giorni del leader Pd. Il Pdl accetterà una trattativa che non offra le necessarie garanzie sul prossimo inquilino del Colle? Il M5S smetterà di dire no a qualsiasi ipotesi che non sia un esecutivo 5 Stelle? Il Pd accetterà di abbandonare la linea del segretario per provare a costruire un governo di scopo con il centrodestra? Napolitano ha o troverà una personalità in grado di mettere d’accordo le principali forze politiche? L’impressione è di trovarsi all’interno di un gigantesco gioco dell’oca. Peccato che, ogni volta che qualcuno tira i dadi, si finisce per tornare al punto di partenza. Ora tocca ancora una volta a Napolitano. Ma l’impressione è che le elezioni si stiano avvicinando minacciosamente.
Bersani non vuole mollare Fa un passo di lato e si prepara a dare battaglia
Il segretario non vuole uscire dalla partita e accusa: colpa di Silvio e di Grillo
