di Francesco Perfetti Non è stata né bella né elegante l'insinuazione che il presidente del Consiglio Mario Monti si è lasciata sfuggire alla Camera durante l'informativa sulle "irrituali" dimissioni del suo ministro degli Esteri. Il premier ha detto che con il suo gesto clamoroso l'ambasciatore Giulio Terzi aveva in mente di "conseguire altri risultati che saranno più evidenti con il passare del tempo". In parole povere lo ha accusato di avere cercato qualche apertura di credito per un suo eventuale futuro politico o per chissà quale altro importante incarico. Anche ammesso - e non concesso - che ciò fosse vero, non è stato certo uno spettacolo edificante quello di un presidente del Consiglio uscente, probabilmente all'ultima apparizione pubblica in questa veste, scagliarsi con durezza inusitata nei confronti del suo ex ministro. Come pure, lasciano perplessi, indipendentemente dal valore delle persone, le promozioni, da sottosegretari a viceministri, di Dassù e di Staffan de Mistura, quando questo governo tecnico sta per uscire di scena. Cedendo alla sua irritazione, Monti ha messo una pietra tombale sull'immagine che il suo governo lascia. E ha cercato di scaricare sulle spalle del suo ormai ex collaboratore la responsabilità della gestione di una vicenda fin dall'inizio condotta male e le cui prospettive, comunque vada a finire, incideranno in maniera negativa sugli interessi e sulla considerazione internazionale dell'Italia. Che le dimissioni dell'ambasciatore Terzi siano state comunicate in maniera atipica è fuor di dubbio, ma è anche probabile che quella strada sia stata percorsa per dare al gesto un significato che va oltre la vicenda in questione. Per manifestare, in sostanza, un dissenso profondo con il governo. È un gesto che rappresenta un sussulto di orgoglio della diplomazia italiana sulla quale i condizionamenti e le pressioni politiche hanno avuto modo di farsi sentire troppo spesso e in maniera troppo forte e invadente. Non è un caso che, annunciando le dimissioni, Terzi abbia richiamato, oltre ad affermare la solidarietà ai marò e alle loro famiglie, la necessità di salvaguardare l'onorabilità e la professionalità della diplomazia italiana. Della grande tradizione diplomatica italiana Terzi è stato ed è uno degli esponenti migliori Ha saputo mettere la sua professionalità al servizio dell'Italia in situazioni difficili, per esempio come ambasciatore presso Israele tra il 2002 e il 2004, all'epoca della Seconda intifada, o come rappresentante permanente dell'Italia alle Nazioni Unite a New York fra il 2008 e il 2009 o, infine, come ambasciatore a Washington dal 2009 fino alla sua nomina a ministro degli Esteri. La sua scelta, quando venne varato il governo tecnico. guidato da Monti ma voluto da Napolitano, fu apprezzata in Italia e all'estero. Ma fu, anche, una scelta che comportava il rischio di una coabitazione difficile proprio per il legame stretto che la genesi di questo governo stabiliva tra Palazzo Chigi e il Quirinale. La gestione della politica estera dovrebbe essere riservata esclusivamente alla valutazione del governo (e, per esso, del ministero degli Esteri) non già del Quirinale. Tanto che, nella storia della repubblica italiana, si ricorda il gravissimo scontro che oppose, durante gli anni cinquanta, il governo fortemente e irrinunciabilmente filo-atlantico di Segni (con Gaetano Martino agli Esteri) alle pulsioni interventiste e neo-atlantiste dell'allora presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Tempi di guerra fredda, si dirà. Ed è vero, ma rimane il fatto che la potenzialità di un conflitto tra Quirinale e Palazzo Chigi sui temi di politica estera è, in linea teorica, possibile e che questa conflittualità può tradursi in conflittualità tra Farnesina e Palazzo Chigi quando il legame tra Palazzo Chigi e il Quirinale è organico e stretto. Durante quest'ultimo governo, il governo Monti, per esempio, momenti di difficoltà tra il ministero degli Esteri e il presidente del Consiglio non sono mancati. E non è un mistero. È sufficiente rammentare il caso del voto - malgrado le perplessità di Terzi nei confronti del parere di Monti - espresso all'Onu a favore della risoluzione presentata dall'Autorità palestinese per diventare Stato osservatore. La vicenda dei marò si inserisce in questa cornice. La cornice dei rapporti tra Farnesina e Palazzo Chigi. Le dimissioni di Terzi sono state il punto di arrivo di un conflitto latente.
La caduta di stile del premier
di Francesco Perfetti...