Politica

L’inutile stratagemma di Bersani

di Giuliano Cazzola...

di Giuliano Cazzola Con tutto il rispetto dovuto all'Anci e alle parti sociali (un leader di sinistra è tenuto ai soliti omaggi rituali) nei primi giorni di consultazioni - diciamoci la verità - Pier Luigi Bersani ha perso tempo a "pettinare le bambole". Il mandato conferitogli dal Capo dello Stato lo ha costretto, da un lato, a ricercare un modus vivendi con il Cavaliere (si illude se spera di ottenere un atteggiamento benevolo da parte della Lega Nord in barba al Pdl) dopo aver giurato e spergiurato di non voler prendere, insieme a lui, neppure un caffè; dall'altro, le indicazioni del Colle gli impongono di far venire allo scoperto quei contatti riservati che Vasco Errani sta conducendo, da giorni in gran segreto, con settori del M5S e che dovrebbero indurre, senza annunci preventivi o minacce di scissioni, una ventina di senatori grillini a votare a sorpresa la fiducia, in Aula, al momento della chiama e a governo già costituito. Ma Bersani non è in grado di svelare, pubblicamente e preventivamente, il suo gioco, col rischio di mandarlo in fumo. Napolitano sa benissimo quale sia il progetto del segretario democrat. Il primo passo sarebbe quello di raccogliere nella compagine di governo taluni dei più agguerriti campioni del sinistrismo forcaiolo, con un programma consistente in una lista di proscrizione per i "nemici del popolo". Ciò allo scopo di suscitare "casi di coscienza" all'interno del gruppo del M5S, i cui senatori "felloni" si aggiungerebbero a quelli di Scelta civica, se al suo interno prevalesse la linea - peraltro contrastata - dell'alleanza comunque con il Pd. Perché quest'operazione possa andare in porto bisogna farla scattare al momento del voto di fiducia. Non prima; allo scopo di impedire così ai guru capelloni di usare la gogna del web contro i traditori. Grillo e Casaleggio, a cose fatte, finiranno per rassegnarsi. Quando un movimento politico si trasforma in un'agenzia di collocamento per disoccupati e perdigiorno del web, non può aspettarsi fedeltà. È un conto minacciare espulsioni prima della compilazione delle liste e delle elezioni. Dopo, chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro. La nostra non è fantapolitica. Gli eredi del Pci non sono nuovi all'impresa di "tagliar l'erba sul prato del vicino" come minacciava Palmiro Togliatti nei confronti del Psi. Senza risalire tanto indietro, nel 1995 il Pds provocò una scissione del Prc (da cui nacquero i Comunisti unitari). Poi, per consentire la costituzione del governo D'Alema, nel 1998, si avvalse di Francesco Cossiga per assicurarsi il sostegno di un pezzo di centro destra guidato da Clemente Mastella. Il Presidente Napolitano si ricorda certamente questi precedenti ed avrà preso nota delle assicurazioni che Bersani gli ha dato adesso (più o meno, immaginiamo, con le seguenti parole: «Presidente, al momento buono una ventina di grillini mi voterà, ma non mi costringa a stanarli prima»). Allora, perché il Capo dello Stato insiste nel chiedere una preventiva certezza? Napolitano è una persona seria. Come non riteneva adeguato il governo Berlusconi quando era costretto a tirare avanti con una coalizione che si reggeva a colpi di promozioni a sottosegretario e sul contributo determinante dei vari Scilipoti, così il Capo dello Stato non giudica, adesso, sufficiente il sostegno di una maggioranza raccogliticcia e precaria, condizionata dal voto di una pattuglia di "sen. Nessuno", per giunta costretta a perder tempo con le vendette e con la disgustosa ritualità dell'antipolitica, nel momento in cui la stabilità del sistema bancario europeo è appesa ad un filo. E quando Giorgio Squinzi annuncia che la fine è vicina.

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