Gira e rigira si torna sempre lì. Alla «saggezza» del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che saprà portare il Paese fuori dalla situazione di forte incertezza creatasi dopo le elezioni. Perché anche se Pier Luigi Bersani continua a ribadire che quella su cui sta lavorando è la soluzione «meno precaria», le possibilità che riesca a centrare l’obiettivo di formare un governo scendono con il passare dei giorni. Tutto ruota attorno all’esistenza di quel «sostegno parlamentare certo» che, in linea con il dettato costituzionale, il Capo dello Stato ha posto come condizione irrinunciabile per la nomina del segretario a presidente del Consiglio. Le subordinate sono sempre le stesse: la Lega rompe il patto con il Pdl ed esce dall’Aula, Scelta civiva vota compatta a favore di un esecutivo Bersani, il MoVimento 5 Stelle si spacca. Una lunga lista di «se» e «ma» che difficilmente convinceranno il Capo dello Stato. Così si torna al punto di partenza. Posto che il leader Pd ha garantito «sorprese», è chiaro che al Quirinale si pensa già al dopo. Giovedì Bersani dovrebbe incontrare Napolitano per presentargli l’esito delle consultazioni. La sua posizione è chiara: se non ci sono i presupposti per far nascere un «governo di cambiamento» si torna al voto. Ma è a questo punto che entra in gioco la «saggezza» del Capo dello Stato. Prima considerazione. Le elezioni per il nuovo presidente della Repubblica verranno indette il 15 aprile. Quindi non si voterà prima del 22-23. Considerando che giovedì è il 28, il Capo dello Stato ha ancora ampio margine di manovra per evitare che il suo successore sciolga le Camere e mandi il Paese subito al voto. Tempo che, stando ad indiscrezioni, il Quirinale utilizzerà per replicare il «metodo Pella». Un precedente richiamato ieri mattina, durante la puntata di Omnibus, dal costituzionalista Francesco Clementi, renziano e allievo di Giuliano Amato. Il ragionamento è lineare: Bersani fallisce, visto la situazione di crisi Napolitano non può rimandare il Paese alle urne e, per questo, punta su un «esecutivo di tregua» che duri qualche mese. È ciò che accadde nel 1953 quando Luigi Einaudi chiamò il democrastiano Giuseppe Pella e lo mandò direttamente in Aula a chiedere la fiducia. L’esecutivo durò 5 mesi, il tempo di approvare il bilancio dello Stato come da mandato del Colle. Dopotutto, spiega Stefano Ceccanti, altro costituzionalista democratico, «non c’è alcun obbligo da parte del presidente di avviare nuove consultazioni. Nonostante l’Italia sia una Repubblica parlamentare la nostra Costituzione è la più "presidenziale" tra quelle europee». Lo ha detto lo stesso Napolitano in una conversazione con Eugenio Scalfari del luglio del 2012 che, riletta oggi, sembra quasi una premonizione. Già allora infatti, parlando di Pella, Re Giorgio spiegava che «il governo non può mai essere pertinenza esclusiva di un partito» e che il presidente della Repubblica può, se necessario, «esercitare il suo potere per dare soluzioni a delle crisi politiche senza sbocco». Qualche mese prima della nomina di Mario Monti, sempre citando Pella, aveva già sottolineato che «allora c’era bisogno di un governo di tregua e quella fu un’esperienza importante e utile che segnò anche il futuro dell’Italia repubblicana». Che Napolitano sia destinato a divenire il «nuovo» Einaudi? L’ipotesi è tutt’altro che scolastica. Ma a questo punto nasce la domanda: chi sarà il «nuovo» Pella? È chiaro che, fallito il tentativo di Bersani, il Capo dello Stato dovrà trovare una figura in grado di mettere il Pd, soprattutto la parte che insiste per andare subito al voto, con le spalle al muro. Nome ricorrente è quindi quello di un democratico doc come Fabrizio Barca, cui si aggiungono i «soliti» Annamaria Cancellieri, Valerio Onida, Piero Alberto Capotosti e Corrado Passera. Qualcuno parla addirittura di Enrico Letta. Una cosa è certa, se Napolitano deciderà di inviare davanti alle Camere un premier con una missione e un programma chiaro per chiedere la fiducia, a quel punto ognuno dovrà pubblicamente assumersi le proprie responsabilità. È quello che Bersani, parlando di sé, ripete da giorni. Come potrà cambiare idea?
Torna in campo il piano B Il Colle pensa al modello Pella
Il Capo dello Stato è pronto per lanciare un esecutivo «di tregua»
