Politica

Se la giustizia unisce Comico e Cav

di Francesco...

di Francesco Damato A dispetto dei vantaggi che potrebbe ricavarne pescando nelle acque della protesta, Beppe Grillo ha dunque risposto con uno dei suoi "vaffa", o quasi, alla magistratura che sta facendo piovere manette, o monetine di dileggio sugli indagati a rischio di finire anche loro in galera "cautelare". Uno spettacolo che sarà anche meno devastante delle pietre che esplodono o cadono sugli Urali, e su Cuba, ma che è pur sempre poco edificante. E fa dichiaratamente "paura", gridata sulle piazze fra uno sberleffo e l’altro, persino ad uno come lui: il comico che sta togliendo il sonno in questi ultimi giorni di campagna elettorale a tutti i concorrenti, grandi o piccoli che siano, per la crescente imprevedibilità dei suoi guadagni in termini di voti. Giocherà pure a favore della "paura", ripeto, di Grillo l’esperienza confessata dei suoi "ottanta processi", ventidue in meno di quelli ch’egli ha contato, a torto o a ragione, contro Silvio Berlusconi, invitato perciò a non rivendicare il primato della persecuzione. Ma è di una indubbia rilevanza politica la diffidenza che il campione della protesta ha voluto opporre proprio in questo momento alle tante iniziative giudiziarie che si contendono le prime pagine dei giornali. E riescono spesso a prevalere persino sul Papa che sta per nascondersi al mondo, con la sua clamorosa rinuncia, oltre che sugli asteroidi in caduta libera, sul finale del festival canoro di Sanremo, sull’epilogo forse criminale della eccezionale carriera olimpica di Oscar Pistorius e altro ancora. Spiazzata dall’attacco di Grillo ai magistrati, anche la stampa da più tempo e più vigorosamente impegnata sul fronte del giustizialismo, cioè schierata sempre, e a prescindere, con le iniziative delle Procure e con le condanne, scambiando magari per definitive quelle di primo grado, o per rinvio a giudizio un semplice avviso di garanzia, dovrebbe decidersi a riflettere. E non solo a stupirsi, come su "Il Fatto" di ieri, che riportava quasi incredulo l’improvvisa e, per esso, imbarazzante convergenza fra il tanto a lungo corteggiato Grillo e il tanto odiato Cavaliere sullo scottante terreno della giustizia. C’è qualcosa di troppo patologico, e di troppo evidente, per poter continuare a volgere la testa dall’altra parte e rinviare il discorso ad un momento più opportuno, quando magari sarà finita la convenienza di sfruttare contro il politico Berlusconi i suoi problemi giudiziari. O per cavarsela con battute o incisi, come il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, candidato alla guida del nuovo governo con la partecipazione di Nichi Vendola e forse anche di Mario Monti, commentando così l’altro ieri la pioggia di manette, fermi e quant’altro: "Non nego che ci possa essere un’iniziativa un po’ troppo spinta". Ma se "non nega", appunto, non si capisce cos’altro egli debba aspettare per riconoscere che la magistratura va finalmente riformata, prestandosi a troppi eccessi, o a troppa discrezionalità, principi e formule come, per esempio, la obbligatorietà dell’azione penale. Eppure anche il Pd comincia a provare sulla propria pelle politica gli svantaggi dello strapotere giudiziario, dopo gli iniziali vantaggi ricavati dalla sinistra con la caduta della cosiddetta Prima Repubblica per mano delle Procure. Non più tardi di venerdì scorso il giornale storico del Pci e sigle successive, cioè l’Unità, rifaceva la storia dell’ex sindaco di Pescara Luciano D'Alfonso. Che nel 2008 fu arrestato a travolto, con la sua giunta di sinistra, per accuse di concussione, corruzione, peculato, associazione a delinquere e altro ancora dalle quali è stato assolto, in primo grado, dopo cinque anni. Durante i quali la città è passata politicamente di mano grazie proprio a quella vicenda giudiziaria. Ma non meno inquietante e istruttiva, per quanto ignorata dal giornale del Pd, è la storia di Ottaviano Del Turco, arrestato e rovesciato con la sua giunta regionale di sinistra, sempre in Abruzzo, e sempre nel 2008, con una iniziativa giudiziaria partita in quarta per arenarsi in un processo assai sospetto. Al quale la stessa accusa sta imponendo tempi lunghissimi. Intanto l’imputato, oltre alla carriera politica, ci ha rimesso la salute, con un tumore che viaggia in concorrenza con le procedure giudiziarie. Mi è capitato qualche giorno fa d’incontrare l’ex governatore in una strada romana del centro. Stentavo a riconoscerlo. Come si stenta a considerare giustizia, neppure con la minuscola, quella che viene amministrata sempre più abitualmente in questi modi in un Paese e in un sistema politico malati, temo, di indifferenza. Prima ancora che di opportunismo.

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