Sono passati soltanto sei giorni dalla notizia sconvolgente che ha lasciato cattolici e laici senza fiato: la rinuncia di Benedetto XVI al soglio pontificio. Né una resa, né una sconfitta ma la scelta rivoluzionaria, coraggiosa e difficile di un Papa conservatore che riconosce umilmente le sue debolezze, che perde la «santità», riprende l’«umanità», consegna a Dio la sua sofferenza morale e affida la sua battaglia contro la «tempesta che scuote la casa del Signore» ad un altro Pontefice. Lunedì 11 febbraio è stata una giornata particolare. Se il resto del mondo è rimasto colpito, Roma e i romani, che da sempre considerano il Papa come un «vicino di casa», erano attoniti. L’aria sembrava rarefatta, le stesse parole di bocca in bocca, di piazza in quartiere: «Perché? È malato? È stanco di portare la Croce?» E per quel giorno i politici sono apparsi al Paese «piccoli piccoli», la politica ha taciuto. Svanita anche ogni aspettativa per il Festival di Sanremo. Ci hanno pensato i magistrati a riaccendere i riflettori sulla quotidianità, su una prassi nota fin dal ’94: inchieste riaperte e sentenze in campagna elettorale. Da Monte Paschi a Finmeccanica, da Formigoni a Cellino a Rizzoli, giovedì è stato il giorno degli scandali e degli arresti. Manca una settimana al voto e i candidati sono arrivati agli insulti. Il resto del mondo ci guarda e assicura che non influenzerà le elezioni. Saranno gli italiani a decidere se far nascere la Terza Repubblica, visto che la Seconda è morta in culla. Oggi ci fermiamo ad ascoltare il penultimo Angelus del Papa, poi dal 1° marzo «resterà nascosto al mondo per pregare». Anche all’Italia saranno utili le sue preghiere.
Più preghiere che insulti
di Sarina BiraghiSono passati soltanto sei giorni dalla notizia sconvolgente che ha lasciato cattolici e laici senza fiato: la rinuncia di Benedetto XVI al soglio pontificio. Né una resa, né una...