Pier Luigi Bersani è pronto a fare il «vigile» delle alleanze. Nessun timore né per il ruolo che dovrà recitare il centro guidato da Mario Monti né per i possibili veti di Nichi Vendola. Il nodo dell’alleanza con il Professore, spiega, «non è risolto in premessa». E per quanto riguarda i rapporti con il governatore pugliese, assicura, «lì ci penso io perché le primarie hanno decise chi dirige il traffico». In ogni caso non ci saranno accordi segreti: «Tireremo dritto con quattro, cinque provvedimenti e lì si vede chi si tira indietro». Certo non sarà semplice anche perché l’impressione è che Monti punti tutto sulla possibilità di raccogliere i resti dell’implosione dei due poli. Per questo, come ha ribadito ieri, tiene aperta la porta sia ad un’intesa con il centrosinistra che con il centrodestra privo di Silvio Berlusconi. Forse anche per questo Bersani fa sapere che, in caso di vittoria, sarebbe disponibile a concedere la presidenza di una delle due Camere all’opposizione («Se poi saranno faziosi loro, non posso garantire»). Ma la poltrona, che potrebbe essere quella del Senato, sembra da tempo destinata più a Pier Ferdinando Casini che al Professore. Che, come da previsioni, non avrà nemmeno il dicastero dell’Economia. «Non faccio il toto-ministri - spiega -, dico un criterio: devono esserci nuove esperienze, gente di nuove esperienze, ma ci vuole anche gente che sappia governare il manico, che dirige il traffico. Una nuova generazione con qualche presenza di esperienza. Ho fatto per la prima volta il ministro nel governo Prodi del ’96, e avere al mio fianco Ciampi, Napolitano, Andreatta mi ha aiutato». «Per quanto riguarda l’Economia - prosegue - secondo me bisogna bilanciare le competenze del ministero. Un addensamento di funzioni attorno al ministero dello Sviluppo economico sui temi dell’economia reale ci vuole, sennò il Tesoro tende a tradurre in chiave finanziaria anche i temi dell’economia reale». Insomma a via XX Settembre non ci sarà un «superministro». Ipotesi che sembra confermare le indiscrezione sui due «tecnici» che il leader del Pd vorrebbe coinvolgere nel proprio esecutivo: il direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni e il vicesegretario nonché capoeconomista dell’Ocse, Pier Carlo Padoan. E anche se il «vigile» si dice tranquillo rispetto ai rapporti con Vendola, è chiaro che il leader di Sel non resterà silenzioso ad attendere indicazioni: «Mi fido di Bersani, ma l’alleanza non è un guinzaglio e io non sono un cagnolino da salotto dentro il centrosinistra». In ogni caso anche Matteo Renzi non è preoccupato dalle possibili «intemperanze» di Sel: «Non faremo fare a Bersani la fine di Prodi. Lavoreremo perché duri 5 anni e non ci siano divisioni». A parte il nodo delle alleanze, Bersani parla anche dell’allarme lanciato dal Professore dopo i numero arresti di questi giorni: «Questi lunghi anni della destra ci hanno consegnato una situazione che assomiglia a una catastrofe economica, etica, morale, sociale. La storia non si ripete mai negli stessi termini, non credo che questa si possa definire come una Tangentopoli simile a quegli anni. Ma c’è stato un abbassamento di tensione su corruzione e tangenti. Questo è il portato di una distruzione di anticorpi contro la corruzione che nelle crisi si moltiplicano e quando sento uno che giustifica, si capisce da dove viene il problema. Noi dobbiamo invece pretendere che la magistratura vada fino in fondo».
Bersani dirige il traffico delle alleanze
Il leader Democratico assicura che non ci saranno problemi con Vendola E sull’allarme di Monti: «Non credo si possa parlare di nuova Tangentopoli»
