c.solimene@iltempo.it Il balletto continua. Vendola sì, Vendola no, Vendola ni. Mario Monti continua a mischiare le carte, ammette, poi smentisce, ma di fatto non riesce a occultare la realtà: la sua Scelta Civica arretra nei sondaggi e, nella battaglia del Senato, rischia di non raggiungere il quorum in alcune regioni come Campania e Puglia. Sicché deve a poco a poco ridimensionare le ambizioni. Di vincere le elezioni non ci ha mai sperato nessuno. Ma ora anche puntare a una pattuglia di senatori tra le 30 e le 40 unità diventa una prospettiva lontana. Così come quella di costringere Bersani a un governo di coalizione tagliando le ali estreme Fassina e Vendola. Non ci sarebbero i numeri. A questo punto non resta che bere l’amaro calice e accettare di sedersi in Cdm col leader di Sel. E far digerire l’«inciuco all’elettorato. «Le fortissime riserve che attualmente io ho nei confronti di una cooperazione con Vendola potrebbero anche essere riviste», ha spiegato il premier a Perugia. Questo sarebbe possibile, ha precisato, «se Vendola dovesse adottare una posizione più riformista, nel senso di non ostacolare grandi lavori come la Tav, che è essenziale, o di favorire anziché ostacolare riforme del lavoro che possono rendere meno pesante la situazione di precari e giovani e dare più flessibilità». Un’apertura carica di distinguo, di se e di però, com’è ovvio che sia. Ma che basta a scatenare la reazione entusiasta del leader del Pd Pier Luigi Bersani: «Ho registrato con piacere una correzione nell’atteggiamento di Monti nei confronti di Nichi Vendola - spiega il candidato premier del centrosinistra - col populismo e tutti i problemi che ci sono, andarsela a prendere sempre con Vendola mi sembra un po’ esagerato». A quel punto, però, il Prof si accorge di aver fatto il passo più lungo della gamba, capisce che il rischio di apparire come una «stampella» della sinistra può danneggiarlo troppo agli occhi dell’elettorato moderato e corregge il tiro. «Su Vendola - è il messaggio che affida a Twitter - la mia opinione non cambia. Le sue idee sono rispettabili ma non in linea con gli interessi del Paese». Concetto ribadito qualche ora più tardi al Tg3 : «Non è che io me la prendo con Vendola, è lo stesso Vendola a dire da tempo che la sua linea politica e la mia sono incompatibili». Questa linea ufficiale. Peccato che, in realtà, dietro le quinte si continui a lavorare al probabile accordo del dopo voto. Al punto che persino tra i montiani c’è chi si spinge a immaginare scenari di possibili intese: Pietro Ichino, giuslavorista ex Pd passato tra le fila del Prof, non nega la possibilità di un’alleanza al Senato in caso di mancanza di una maggioranza autosufficiente. «Si farà l’accordo - spiega a Un Giorno da pecora - con chi vorrà condividere l’Agenda Monti. E non è detto che non troveremo un accordo con una parte del Pd». Anche se, nell’ipotesi che questo accada, Ichino sostiene che «il premier migliore in questo momento sarebbe Mario Monti, non c’è nessun dubbio». Parole cha hanno irritato Casini. «Non vogliamo poltrone o ministeri se non c'è un disegno politico convincente - ha tuonato il leader Udc - non saremo la stampella di un governo contrario alle liberalizzazioni, contrario alla Tav, che propone la patrimoniale ed è contrario alla riforma previdenziale». «Non è che siamo noi a non volere Vendola - la conclusione - è Vendola che propone una serie di cose che renderebbero impossibile la creazione di un governo per le riforme». Casini teme di perdere il suo elettorato moderato per le ripetute aperture del Prof. E non avrebbe gradito neanche la scelta del premier di organizzare a Roma una kermesse in solitaria, con Riccardi, Olivero e Montezemolo ma senza Casini e Fini. L’eventio si terrà domani all’Atlantico Live dell’Eur e servirà a marcare ancora di più la scelta «civica» dell’operazione a discapito degli alleati politici Casini e Fini. QIntanto però bisogna prendere i voti. E per farlo Monti prova a dare i numeri, proprio come il criticatissimo Berlusconi: «Se le riforme strutturali introdotte dal mio governo troveranno pieno completamento - ha detto durante un incontro con la Coldiretti - ne verrà un maggiore Pil fra cinque anni del 6%, dieci e mezzo per cento a regime. Questo è il frutto dei sacrifici fatti». Il premier, però, si trova anche a gestire il caso giudiziario di Finmeccanica, con la nomina di Orsi, avvenuta con Pdl e Lega al governo, confermata in seguito dal suo esecutivo. «Abbiamo esercitato tutte le pressioni possibili per ottenerne le dimissioni spontanee» si giustifica, scaricando poi la patata bollente nelle mani di Grilli: «La questione viene trattata dal ministro competente, che è quello dell’Econo- mia». Infine, l’auspicio che lo scandalo non abbia alcuna influenza sul voto: «Non credo che eventi di cronaca, sia pure molto rilevanti, possano condizionare più di tanto l’opinione dei cittadini».
Monti getta la maschera «Se Vendola cambia ...»
Il premier apre a una collaborazione con Pd e Sel Poi precisa: dovrebbe accettare le nostre riforme