di Ruggero Guarini Adoro i comici di sinistra. Specialmente quelli con ambizioni satiriche. Soprattutto quelli coccolati dalla Rai. Particolarmente quelli che cercano di rianimare il Festival di Sanremo. Li adoro perché in un mondo in cui tutti ormai pretendono di essere dei ribelli originali, eccentrici e trasgressivi, loro invece sono di un rassicurante conformismo. E mentre tutti si vantano di andare contro corrente, loro invece le correnti le seguono con grande diligenza e precisione. Anzi ne seguono accuratamente sempre e soltanto una: quella che si porta ogni volta nel loro ambiente. Né si vergognano di sembrare, come in effetti sono, docili e disciplinati soldatini di uno stesso battaglione, diligenti esecutori delle stesse prescrizioni, rispettosi diffusori e illustratori delle stesse cause ideali. Né tentano mai di nascondere la certezza di essere molto simpatici. Prendete, per fare un esempio, la Littizzetto: non è forse evidente che piace un sacco in primo luogo a se stessa? Prendete, per farne un altro, il Crozza: non è forse manifesto che è il primo a trovarsi irresistibile? Prendete, per farne un terzo, la Dandini: è possibile forse negare che il grande messaggio che lei trasmette da sempre con la sua perpetua risata è la granitica soddisfazione di essere quello che è? E questo loro palese esser felici di essere quello che sono non esprime forse esattamente quello che è il tratto principale di tutta la nostra gauche, che è appunto, innanzitutto, il sentimento, conforme all'incrollabile idea di essere la crème dell'umanità, di piacere tanto a se stessa? Stando così le cose, temo che qualsiasi discorso più o meno sensato sullo scandalo rappresentato dallo strapotere oggi esercitato nei programmi della Rai da questo sciame di specialisti della satira a senso unico sembrerà ingenuo e vano. Nonostante ciò, poiché al fenomeno molti si sono ormai assuefatti come a un’inestirpabile schifezza del nostro tempo, non è forse superfluo tornare, anche a costo di correre il rischio di ripetere delle ovvietà, a esporre i motivi per cui si tratta appunto di una porcheria. La Rai è un servizio pubblico. Ciò significa che è, o dovrebbe essere, al servizio del pubblico. Questo pubblico è formato da tutti gli italiani divisi in molte fazioni. La principale è quella che separa il centrodestra dal centrosinistra. Questo comporta la spaccatura del Paese in due grosse metà. Ragion per cui la satira politica, se attacca e sfotte la prima di queste metà, farà incazzare soltanto lei e gongolare soltanto l'altra, mentre se attacca e sfotte la seconda accadrà esattamente il contrario. La satira politica erogata dal servizio pubblico, di qualunque parte politica sia, farà perciò fatalmente incazzare una buona metà di quel pubblico che esso invece dovrebbe servire imparzialmente nella sua totalità. E poiché il dovere di servirlo imparzialmente nella sua totalità implica quello di non fare incazzare una metà degli utenti permettendo ai lacché dell'altra parte di sfotterli e di insultarli, ne consegue che la Rai avrebbe il dovere di proibire la satira politica in tutti i suoi canali. Da questo mio sermoncino qualche cretino potrebbe dedurre che detesto la satira politica. Si dà invece il caso che io la trovi strepitosa. Purché sia satira vera, scaturita da un autentico spirito comico, non dalle presunzioni e dai i rancori di qualche congrega di buffoni di partito. Come massime espressioni di vera, eccelsa satira politica, citerò solo due esempi. Il primo è il film "Il Grande Dittatore" di Charlie Chaplin, che nacque, com'è, noto dal genio di un artista che per tutta la sua vita appartenne sempre a un unico partito: quello rappresentato suppergiù soltanto da lui stesso. E l'altro è il leggendario sketch del Wagon Lit, dove nella figura di un immaginario onorevole Trombetta il grande Totò, anche lui assolutamente estraneo a qualsiasi parrocchia ideologica, si fece magistralmente beffe della vanagloria di tutto indistintamente il ceto parlamentare italiano, vuoi di destra che di sinistra.
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