Che cosa cambia per l’Italia con il nuovo budget europeo 2014-2020? Ufficialmente Mario Monti torna da Bruxelles con questo risultato: anziché rimetterci 4,5 miliardi l’anno tra dare e avere, come adesso, ce ne rimetteremo «appena» 3,8. Il premier dichiara di aver ricevuto le congratulazioni: «Mi hanno detto che mai l’Italia aveva ricevuto un tale risultato». Davvero un successo? Chi si accontenta gode. Ma c’è poco anche da accontentarsi se si guarda alla tabella dei contributi netti (sempre la differenza tra quanto diamo e quanto riceviamo) in rapporto al Pil: Italia prima con lo 0,38 per cento del prodotto lordo. A seguire Germania (0,34), Gran Bretagna (0,32), Francia (0,31) Spagna (0,29). A questo dato si aggiunge un piccolo mistero: la delegazione italiana vanta di avere ottenuto un aumento dei fondi regionali e delle politiche di coesione di 2 miliardi. Ma se così fosse il risparmio a nostro favore si sarebbe ridotto non di 700 milioni, ma del triplo. Qualcosa non quadra. In attesa di saperne di più, abbiamo intanto alcune certezze. La prima: i paesi del Nord, con Germania e Gran Bretagna stavolta alleate, hanno nuovamente vinto. Il bilancio europeo taglia infatti, e di brutto, proprio quel capitolo «crescita» che era l'altro obiettivo di Monti, del francese Francois Hollande e dello spagnolo Mariano Rajoy. Ebbene, i fondi destinati dalla Ue ad infrastrutture, innovazione e ricerca vengono ulteriormente ridotti di 13,84 miliardi rispetto a quanto ipotizzato nel vertice fallito di novembre scorso e di 38,62 rispetto alla proposta della Commissione. Alla sola voce «Connecting Europe», per la realizzazione di infrastrutture nel settore dei trasporti, delle reti e dell’energia, vanno persi oltre 11 miliardi. Altri 6 miliardi sono stati dirottati dagli investimenti ambientali ad un fondo contro la disoccupazione giovanile: nella bozza finale si specifica che potranno beneficiarne i paesi con un tasso di disoccupati al di sotto dei 34 anni oltre il 25 per cento. Dunque anche l'Italia. Ma in un testo successivo il campo di impiego viene circoscritto agli stati attualmente destinatari degli aiuti dell’eurozona: Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda. In conclusione l’Europa vede ancora prevalere i soliti noti, e le parole «crescita» e «investimenti» restano buone per le conferenze stampa e le photo opportunity. Basta un esempio: mentre si tolgono 38 miliardi alle infrastrutture e alle reti, si confermano integralmente i 58,76 miliardi del capitolo 4, cioè dell’apparato alle dipendenze del presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, compreso il «servizio diplomatico», nonostante che ogni paese abbia evidentemente la propria diplomazia e le proprie ambasciate. E dunque l’ottimo Van Rompuy a metà pomeriggio ha potuto twittare: «Accordo raggiunto! Ne valeva la pena». Alla fine che cosa esce da questa specie di maxi-assemblea condominiale nella quale ognuno ha difeso i propri millesimi? Impegni per 960 miliardi a fronte di versamenti per 908: cosa che ha fatto minacciare l'Europarlamento di mettere il veto, trattandosi di un bilancio chiaramente in deficit. Poi le ultime limature hanno concesso qualcosa in più a Repubblica Ceca, Lituania e Romania, ma soprattutto a Olanda e Svezia; il tutto a scapito dei fondi agricoli dei quali dovrebbe beneficiare anche l’Italia. Ed il Parlamento europeo? Potrà rivedere il budget, però nel 2017. L’Italia continuerà a figurare tra coloro che pagano. E dire che a quei 3,8 miliardi l’anno di disavanzo per il budget Ue vanno aggiunti: 5,7 miliardi l’anno come quota del fondo salva-stati Esm; 14,25 per prestiti bilaterali a Grecia, Irlanda e Portogallo, da finanziare con emissioni speciali di Btp; altri 6 miliardi per «garanzie stabili»; 1,35 miliardi come quota del capitale Bce. Totale 30 miliardi l’anno di perenne disavanzo: però ci riempiamo la bocca di retorica europeista - la citazione di Spinelli non manca mai - mentre accettiamo che i tedeschi ci raffigurino come succhialatte a tradimento. Ma poiché ogni effetto ha le sue cause, sarebbe più utile ricordarci di come si è arrivati a questo. Nel 1984 la Gran Bretagna di Margaret Thatcher ottenne il diritto al «rebate», cioè al rimborso dei contributi non spesi; diritto difeso poi da Blair e da Cameron. Analogamente la Francia fa quadrato sui sussidi ai suoi allevatori. Per non parlare del tasso di cambio tra lira ed euro, subìto il 31 dicembre 1998 da Prodi e Ciampi. Mentre la Germania continua a menare la danza: eppure proprio Berlino e Merkel, con il fiscal compact, hanno dimostrato che nessun trattato, e neppure le costituzioni, è sacro e immutabile. Quelli degli altri, però.
Germania e Paesi del Nord dettano ancora le regole
RisultatoIl premier italiano ha ottenuto un piccolo successo Mentre in Europa prevalgono ancora i soliti noti
