Politica

Appalti in Algeria tangente in 7 buste

Saipem-Eni ribatte: la società e Scaroni sono totalmente estranei

Continua ad arricchirsi di dettagli l’inchiesta Saipem-Eni, che vede società e vertici – tra cui l’amministratore delegato del cane a sei zampe, Paolo Scaroni – indagati in merito a un presunto episodio di corruzione in Algeria. Secondo quanto si apprende dalla lettura del decreto di perquisizione notificato dalla procura di Milano a Scaroni, la tangente da 197 milioni di euro che, secondo l’accusa, il gruppo avrebbe versato per gli appalti in terra algerina, sarebbe stata divisa in 7 diverse tranche, la più grande delle quali dal valore di 77 milioni di euro. Sette pagamenti separati, partiti da diverse società del gruppo Eni, tra cui Saipem, ma tutti indirizzati verso un unico destinatario: la "Pearl Partners Ltd", società di Hong Kong ma intestata all’uomo di affari algerino di nazionalità francese Farid Bedjaoui. Nella ricostruzione dei pm milanesi, Bedjaoui – già iscritto nel registro degli indagati - e la Pearl Partners avrebbero svolto il ruolo di intermediatore tra Saipem e governo algerino. Con Bedjaoui si sarebbe incontrato Scaroni, interessato – sostengono i pm – a far ottenere 8 contratti per altrettante commesse a Saipem – che è di Eni al 43%, ma non lavora solo per il gruppo Italiano - in Algeria per due progetti su gas e idrocarburi. Una ricostruzione rigettata dall’ad di Eni che, secondo onti giornalistiche, spiega di aver incontrato Bedjaoui per pochi minuti, «una sola volta nella vita». Inoltre, in una veste semi-ufficiale: gli sarebbe stato presentato come segretario particolare del ministro algerino dell’Energia Chekib Khelil, presente all’incontro così come pure l’allora responsabile di Eni per il Nordafrica, Antonio Vella. Bedjaouoi, dopo aver accompagnato i due dal ministro, se ne sarebbe andato. Anche per il presidente di Eni Giuseppe Recchi, la ricostruzione ha poco fondamento. «Quando a novembre la magistratura ci ha portato l’evidenza di una situazione preoccupante – ha spiegato - l’Eni ha rivolto ai vertici Saipem raccomandazioni forti e ha preteso contromisure molto drastiche» ricorda Recchi. Che spiega nel dettaglio i rapporti tra Saipem ed Eni, che portano all’estraneità di quest’ultima dalla vicenda. «Siamo totalmente estranei. Per due ragioni. La prima è che siamo due società quotate in borsa, la seconda è di mercato: l’Eni vale solo il 10%del business della Saipem, che vive delle commesse che vince, spesso assegnate dai nostri concorrenti, e che senza una reputazione internazionale di indipendenza non potrebbe lavorare». E’ stato la stessa Eni, a inizio dicembre, ad operare un severo ripulisti, con le dimissioni del direttore finanziario, all’epoca dei fatti contestati direttore finanziario di Saipem, e quelle dell’ad di Saipem e la sospensione di altri dirigenti. Anche Berlusconi scommette sull’innocenza di Scaroni e vertici Eni. «Conosco personalmente alcuni dirigenti di Eni, Scaroni in testa», ha detto in un’intervista, «Sono persone di grandissima rettitudine che fanno molto bene e hanno fatto molto bene all’Italia e all’Eni. Mi sento di escludere un loro coinvolgimento e un loro interesse personale in queste vicende». La Pearl&Limited, sostengono però i procuratori milanesi, sarebbe stata nota al gruppo dirigente Saipem già nel 2007. Nel decreto di perquisizione, si legge di «una nota redatta da Varone (Pietro Varone, ex manager Saipem, allontanato il 5 dicembre per lo scandalo da Scaroni ndr) per il Consiglio di amministrazione del 4 ottobre 2007 di Snamprogetti Spa, società incorporata da Saipem nel 2008». Nella nota, l’ex manager parlava di un non meglio definito agente di una società di Hong Kong, tale «signor Samyr Ouraied, un agente ben conosciuto nel contesto commerciale dell’Algeria e che conosce il processo di valutazione ed aggiudicazione del cliente». Un intermediario che sa come funziona la macchina di assegnazione delle commesse in Algeria, ma il cui nome è differente da quello di Bedjaoui, che appare – dopo pochi anni – come unico rappresentante della Pearl Limited. Si indaga sui rapporti economici che legherebbero Farid Bedjaoui a Varone. Entrambi soci di una «azienda agricola» in Italia. Per i pm anche Regina Picano, moglie separata di Varone, avrebbe «cointeressanze economiche» con l’algerino. Non è ancora noto quali, e di che valore. A dicembre 2012, gli investigatori avrebbero sequestrato una valigetta ad una parente della Picano, in cui gli inquirenti avrebbero trovato documenti correlati a questi rapporti economici e alla presenza di un conto cointestato a Picano e Bedjaoui. Ed è il contenuto della valigetta che potrebbe allargare i confini dell’indagine. Gli inquirenti starebbero lavorando ad un’ipotesi secondo cui la maxi-tangente sarebbe rientrata in Italia. Dopo essere stata raccolta dalla Pearl Partners, sarebbe transitata per la Svizzera, Emirati Arabi Uniti e Dubai, tornando in Italia, nelle tasche di altre persone, oltre ai faccendieri, funzionari e politici algerini che avrebbero potuto influenzare le commesse a Saipem. Si indaga anche su altre mazzette, oltre ai 197 milioni di euro contestati nel decreto di perquisizione: gli investigatori stanno cercando prove di «ulteriori versamenti corruttivi a favore di entità riconducibili a Bedjaoui».

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