Politica

Per il popolo dei tartassati Silvio è ancora la salvezza

Il Cav aggiorna il suo vocabolario ai tempi della crisi Basta miracolo e rivoluzione, è l’ora della solidarietà

Per una volta le parole giuste non sono sogno, miracolo. Ma solidarietà, speranza. E la rabbia ha la meglio sul cabaret. Vent’anni, o quasi, di berlusconismo non sono passati invano. Nello show del Cavaliere sopravvivono gli elementi più classici - il video autocelebrativo, le domande retoriche al pubblico - ma alla fine sembrano i passaggi meno riusciti. Perché a essere cambiato non è solo l’ex premier, più serioso e meno portato alla battuta. Ma soprattutto il suo pubblico. Che ha qualche anno in più del passato - almeno a guardare l’età media dei presenti in sala - ma ha soprattutto una diversa consapevolezza. Vuole spiegazioni, non slogan, vuole un’economia a misura d’uomo, parole che parlino di semplice benessere individuale più di altre che richiamino l’astratta rivoluzione liberale. È un popolo, quello del Cavaliere, al quale la crisi economica ha tolto in molti casi la voglia di sorridere. Non a caso è sempre e soprattutto sulla riduzione delle tasse che si spella maggiormente le mani. «Io ho pagato 800 euro di Imu - spiega una signora - e alla fine ho dovuto rinunciare alla macchina. O pagavo la tassa sulla casa o il bollo dell’auto»... È anche per questo che ci hanno messo poco a ributtarsi tra le braccia del Cavaliere. Che significato può avere la parola spread per chi è sommerso dai debiti? Molto meglio, piuttosto, avere fiducia nell’uomo che, dal palco, ha appena ricordato di quando promise di innalzare le pensioni minime a un milione di lire (e l’ha fatto) o di quando assicurò che avrebbe cancellato l’Ici (e l’ha fatto). Queste persone, come la maggior parte degli italiani, di economia finanziaria ne sanno poco. Per molti di loro la crisi non è cominciata nel 2009, con la bolla dei mutui subprime negli Usa, ma alla fine del 2012, quando hanno scoperto l’ammontare della prima rata dell’Imu. Non a caso l’Auditorium della Conciliazione è stracolmo già mezz’ora prima dell’arrivo di Berlusconi, al punto che un centinaio di persone è costretto a rimanere a sostare nel foyer del teatro dove prudentemente sono stati allestiti diversi schermi che trasmettono il discorso dell’ex premier. Il Cavaliere non appare in forma smagliante. Sarà per la stanchezza del tour elettorale al quale si sta sottoponendo, o forse perché sa che di fronte a una platea del genere, che già è tornata dalla sua parte, non c’è bisogno di tirar fuori gli effetti speciali. E quindi limita al massimo le battute, regala giusto qualche siparietto con Angelino Alfano, rifiuta addirittura di nominare Fini. Piuttosto, passa il tempo a spiegare il perché del suo passo indietro nel 2011, il perché dell’appoggio ai tecnici, il perché quell’appoggio a un certo punto è venuto meno. Ed è Mario Monti, molto più di Pier Luigi Bersani, il nemico indicato non dal Cavaliere, ma dal suo pubblico. Se ci fosse un misuratore della rabbia che monta in sala, quando si nomina il premier la lancetta indicherebbe il valore massimo. C’è una persona, nelle retrovie, che ogni volta che si parla di Monti e Germania, si alza in piedi e comincia a urlare. Nella concitazione di quei momenti, sembra quasi si tratti di un contestatore, qualcuno arriva a minacciarlo. E invece lui chiede solo a Silvio di essere ancora più duro sui tedeschi e sul Prof. Lo stesso che avrà pensato chi, quando Berlusconi parla di economia europea a due velocità, si alza in piedi e grida «rivogliamo la lira». Basterà cavalcare questa rabbia per rivincere le elezioni? Questo lo diranno le urne. I sondaggi, per quanto incoraggianti, danno il centrodestra ancora indietro. E che ci sia meno entusiasmo degli anni passati è evidente. Si è lì anche perché non si è trovato nessuno meglio di Berlusconi, non ha difficoltà ad ammetterlo lo stesso Cavaliere, rivolgendosi poi ad Alfano come farebbe un padre e spiegandogli che «il tuo momento arriverà, arriverà molto presto». Negli stessi istanti, non certo per caso, un’altra anziana spiega che «Renzi l’avrei votato, anche se si fosse candidato col Pd, perché è moderno, intelligente, simpatico. Non è una questione di partiti, ma di persone». E tra le persone che sono rimaste in gioco Silvio è,per i presenti, nonostante tutto ancora la scelta giusta. «Lo voterò perché dice sempre la verità - conclude la signora - anche quando gli nuoce. È per questo che gli sono successe tante cose brutte»...

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