Politica

Manovra da Draghi

.Nella fase più acuta della crisi che scosse allora la lira, come oggi la moneta unica, a impostare la strategia d'uscita sono sempre loro: Quirinale e Banca d'Italia. Sì, con le dovute differenze di un'epoca fa, i protagonisti sono ancora una volta il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e il Governatore, ancora per poco visto che presto si trasferirà alla presidenza della Banca Centrale Europea, Mario Draghi. Due istituzioni di valore, contigue alla politica, ma comunque distanti dalla stessa perché dotate di poteri di intervento non incisivi dal punto di vista pratico ma comunque in grado di orientare, attraverso quella che in inglese si chiama «moral suasion» e che si traduce nell'utilizzo dell'autorevolezza, il processo decisionale. È un dato che si ripete. E ieri si è concretizzato, materializzato palesemente. Nel giorno nel quale il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, delude di fatto l'Italia sintonizzata sulla Camera dei deputati per la mancanza di una spiegazione precisa di cosa conterrà la manovra bis, il futuro presidente della Bce scende a Palazzo Chigi e incontra Silvio Berlusconi prima che lo stesso salga al Quirinale al consulto con Napolitano. Nessun comunicato o commento all'uscita. Quaranta minuti di colloqui nei quali sarà stata affrontata la questione sollevata da Bossi. Che ha accusato Draghi che «da qui è andato in Europa ma è sempre a Roma» e che sarebbe la vera mano che ha vergato la lettera di indicazioni indirizzate al governo firmata dallo stesso Draghi, appunto, e da Trichet. Una querelle inutile. Anche se fosse, Draghi, quelle richieste di aumento della produttività, liberalizzazione delle professioni e dei servizi pubblici, razionalizzazione della pubblica amministrazione e misure per i giovani le ha sempre ribadite nelle sue Considerazioni Finali in Banca d'Italia. Niente di nuovo insomma, anche se ribadite nella missiva che, a molti, è parsa l'inizio del commissariamento dell'Italia. Da ieri la stessa ricetta salva Paese è stata inserita come filo conduttore della manovra che già oggi potrebbe vedere la luce. Draghi, che ha una formazione da economista, è diventato una sorta di ponte tra il Quirinale che è ormai l'ultima oasi di certezza e di determinazione anti-crisi e Silvio Berlusconi. Da ieri Tremonti è un po' più in ombra. Il prossimo presidente della Banca Centrale Europea, insomma, sembra aver vinto il duello che lo ha ripetutamente opposto a Tremonti negli anni scorsi. Da ieri è lui, insieme a Napolitano, la garanzia italiana nel mondo. Draghi ha la giusta considerazione in Europa. Anche i tedeschi hanno ceduto alla sua elezione alla Bce consci del suo rigore. Ma è anche un uomo che ha un passato e un rapporto preferenziale con il mondo della finanza anglosassone. Un legame che può tornare utile nel momento in cui le due sponde dell'Atlantico concertassero manovre congiunte. Non solo. Conosce bene le banche italiane e nel caso le stesse mostrassero segni di sofferenza avrebbe il giusto «software» per rimetterle in pista. Insomma più che commissario per l'Italia Draghi si sta lentamente trasformando in protettore. Come nel 1992 la salvezza è tra il Colle e via Nazionale.

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