Politica

Lo sfaldamento del sistema

L’ultima tornata elettorale amministrativa ha dimostrato ciò che da tempo abbiamo scritto e cioè una stanchezza e un affanno della maggioranza sempre più progressivi. Le cause sono tante. Tutte visibili per chi come noi e come tanti non appartengono alla tifoseria. Dalla situazione economica sempre più grave al disastro delle ondeggianti politiche energetiche, dagli annunci sempre più roboanti e sempre più disattesi al contrasto permanente non solo verso i giudici tutti, ma anche verso quelle autorità che rappresentano, in tutte le democrazie, i naturali contrappesi all’esecutivo. Insomma una guerra a tutto tondo che non si addice a chi è maggioranza di governo e che invece caratterizza solo un’opposizione irresponsabile. Per dirla in breve chi è capo del governo e ha dalla sua una maggioranza parlamentare non può criticare lo Stato e le sue istituzioni avendo la facoltà e il potere politico di cambiarle. Il consiglio di guerra che da almeno un anno ha circuìto il presidente del consiglio è il primo responsabile di questa sconfitta elettorale e se Berlusconi non volge lo sguardo oltre il presente, la sua avventura politica finirà per travolgere l’intera area moderata anche se dovesse vincere il ballottaggio. Ma questa tornata elettorale ha mostrato qualcosa ancora più grave della sconfitta del Pdl e della Lega. Ha mostrato, infatti, uno sfarinamento progressivo del sistema politico italiano che si mostra nella sua tragicità proprio nelle elezioni comunali, provinciali e regionali. A Milano come a Napoli sono andate alle elezioni oltre 32-33 liste con otto-dieci candidati sindaci e migliaia e migliaia di candidati al consiglio comunale e alle municipalità. A Napoli c’erano nei vari schieramenti tre partiti nazionali che usavano la parola libertà e altrettanti che usavano la parola sud a testimonianza di un genericismo arruffone senza cultura e senza idee. Una babele, insomma, di nomi e di personaggi in cerca d’autore che non sono certo il miglior viatico per una democrazia seria e composta. Sono, al contrario, la crisi irreversibile dei partiti che non sono più partiti non avendo più alle spalle né culture politiche di stampo europeo né una rete ed una struttura in grado di formare classe dirigente. E così vincono e trionfano personalismi e pressappochismo in un’orgia mediatica che rende concreto e palpabile tutto ciò che è clamoroso e per ciò stesso finto e velleitario. È il caso del successo dei grillini, ad esempio che pure svolgono una funzione essenziale per la democrazia. Se non ci fosse Beppe Grillo quel disagio giovanile e quella rabbia degli adulti finirebbe per essere brodo di coltura di estremismi ben più pericolosi dei comizi insultanti verso tutto e tutti del comico genovese. Grillo con la sua opera senza neanche accorgersene istituzionalizza quel disagio e quella rabbia mandando nei consigli comunali, provinciali e regionali propri rappresentanti che impareranno a proprie spese l’arte del governare che non si esaurisce certo nell’urlo e nell’insulto. Ed è, la sua, un’iniezione di ringiovanimento e di passione in un sistema partitico soffocato dal personalismo autoritario e dalla mediocre cortigianeria. Lo stesso successo di de Magistris a Napoli è la risposta al disfacimento del sistema partitico napoletano. Senza aver mai gestito un solo condominio il quarantenne de Magistris potrebbe essere chiamato a governare una delle città più complesse senza neanche aver dietro le proprie spalle un partito, un’area, un movimento che annoveri esperienze e professionalità. Napoli è una città allo stesso tempo colta e plebea che ha avuto nella sua politica i Masaniello, gli Achille Lauro e i Guglielmo Giannini nel silenzio complice di una intellettualità dedita alla solitudine speculativa nelle scienze e nella filosofia ma che quasi mai ha prodotto classe dirigente al di fuori dei grandi partiti di massa sorretti a loro volta da altrettante culture politiche europee. È questo, dunque, lo sfascio del paese e, almeno sinora, non sembra che Berlusconi voglia comprendere sino in fondo la natura politica di ciò che è accaduto. E non è un buon segno per il prossimo futuro.

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