Politica

Berlusconi a Latina affonda Fini

Silvio Berlusconi chiude il tour de force elettorale a Latina, e dalla roccaforte dell'ex Msi e poi di An, attacca Gianfranco Fini ("reo" di aver siglato un patto con i magistrati per bloccare la riforma della giustizia) e quelli che lui stesso evoca come «i fasciocomunisti». «Attenzione - esordisce davanti alla platea del teatro D'Annunzio con a fianco il candidato sindaco del Pdl, Giovanni Di Giorgi - perché qui a Latina cercano quello che stanno tentando di trovare la prossima volta a livello nazionale: un'ammucchiata dall'estrema sinistra fino a Fini» per battere Berlusconi «e noi da qui - arringa il Cavaliere - dobbiamo dargli la prima lezione: non ce la faranno mai!». Il riferimento del premier è al progetto "fasciocomunista" lanciato nel capoluogo pontino da Antonio Pennacchi, lo scrittore Premio Strega per 'Canale Mussolinì, che assieme a Fli ha lanciato una terza lista pronta a convergere con il centrosinistra in caso di ballottaggio. Il Cavaliere punta ovviamente a soffocare il progetto nella culla e parla di «personaggi a Latina pittoreschi, più simili ad un armata Brancaleone che a una amministrazione comunale». Per il resto, mentre fuori dal teatro le opposte fazioni di contestatori e fedelissimi del Cavaliere si fronteggiano a suon di cori e insulti separate da un cordone di polizia (Berlusconi evita l'ingresso principale per infilarne uno laterale, defilato e meno "popolato"), il premier recita il canovaccio abituale, attaccando la sinistra e i suoi media: «finchè ci sono Anno Zero e Ballarò - è però la novità della serata - non pago più il canone». Quindi di nuovo l'affondo contro Fini: «c'era un accordo preciso - si dice sicuro il presidente del Consiglio - tra Fini e l'Associazione Nazionale Magistrati affinchè non si facesse la riforma della giustizia». Per questo, dopo l'uscita dei finiani dal governo, ora la maggioranza è «più coesa» e farà tutte le riforme che ha in cantiere, dalla giustizia, al fisco, alle intercettazioni. Il tempo per invitare a «non fare tragedie» per gli immigrati che l'Italia deve accogliere, memore della sua storia, con «dignità e generosità» (probabilmente un'esortazione alla lega) e poi per il Cavaliere ci sono le promesse "locali", a fianco di un candidato sindaco, Di Giorgi, che ha l'unico difetto (per il premier) di essere calvo: alla fine, sulle note di "Meno male che Silvio c'è", Berlusconi sfodera il pettine e tra risate ed applausi, si mette a spazzolare i capelli del "futuro sindaco" che però non ci sono.

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