«Noi non abbiamo certo da attenuare in nulla la nostra antica, argomentata opposizione alla politica atlantica». E ancora: «Il problema oggi è quello di vedere se sia questo il momento, per il nostro Paese, di dare nuove prove di zelo atlantico, di accollarsi nuovi oneri e nuovi impegni, o non piuttosto di manifestare la propria fiducia nello sviluppo della distensione internazionale?». Oddio, chi parla così? Umberto Bossi? O Gino Strada, il leader di Emergency e del movimento pacifista? Nessuno dei due. Bensì Giorgio Napolitano. Già, il presidente della Repubblica. L'attuale presidente della Repubblica. Quello che oggi prende per mano la politica, la invita a non avere esitazioni, paure. Quello che incita non a entrare in guerra bensì a fare semplicemente la nostra parte, a non tirarci indietro, a rispondere all'appello militare internazionale per fermare le «violazioni di pace». Eppure, l'allora giovane deputato comunista non la pensava proprio così. Oltre mezzo secolo fa, il trentenne Giorgio Napolitano tuonava contro la Nato nelle aule parlamentari e domandava: «È questo il momento, per il Paese, di accollarsi nuovi oneri e nuovi impegni?». Di sicuro chi gli sedeva di fronte, nei banchi del governo, come il ministro degli Esteri Gaetano Martino, papà di Antonio che sarà titolare della Difesa con Berlusconi, gli avrebbe voluto rispondere: «Se non ora, quando?». Era l'11 novembre del 1955 quando l'aula di Montecitorio si stata accalorando sulla legge di ratifica dei Trattati Nord Atlantici di Parigi del 1952 (Statuto dei Quartier Generali) e di Londra del 1951 (Statuto delle Forze Armate). Il Pci ovviamente era contrario e faceva ostruzionismo. Napolitano, alla sua prima legislatura, era su quella linea e da spulciatore dei bilanci dei vari ministeri a caccia di sprechi contestava proprio gli eccessivi costi derivanti dall'adesione alla Nato sostenendo che «a conclusione dei primi sette anni di vita della Nato le spese cosiddette di difesa per l'Italia avranno superato i tremila miliardi (di lire, ndr). Si sarà così sperperato nelle spese militari, nelle spese di "difesa atlantica", più del doppio, quasi tre volte la somma che è destinata per dieci anni alla Cassa del Mezzogiorno per la soluzione di uno dei problemi fondamentali dell'economia e della società nazionale, il problema del Mezzogiorno». Non solo, ma Napolitano se la prendeva persino con la decisione di porre proprio a Napoli il comando Nato del Sud Europa. E s'inalberava: «Voglio porre una domanda di estrema serietà all'onorevole ministro: in base a quale legge o convenzione regolarmente approvata dal Parlamento si è consentita l'installazione a Napoli di un comando atlantico, che ha in realtà le caratteristiche di una vera e propria base?». Quindi sentenziò: «Avete perciò illegalmente operato». Oggi è un'altra storia. Di fronte alle incertezze della Lega, il Capo dello Stato non vede l'ora di dare un paio di bacchettate a Bossi come aveva già fatto - seppur indirettamente - nelle celebrazioni del 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia non più tardi di giovedì scorso. Parlando a Milano mentre sta per raggiungere il Museo del Risorgimento, spiega: «Non siamo entrati in guerra. Siamo impegnati in un operazione autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu». Quindi ricorda con aria seccata: «È inutile ripetere cose che tutti dovrebbero sapere: la Carta dell'Onu prevede, nel capitolo 7, che nell'interesse della pace sia possibile autorizzare azioni volte, anche con le forze armate, a reprimere violazioni della pace stessa». Ci tiene poi a sottolineare come «tutti siamo preoccupati per quello che succede in Libia dove ci sono repressioni forsennate e violente rivolte contro la stessa popolazione libica da parte del governo e del suo leader Gheddafi». Il suo non è un intervento da poco. È un salvagente a Berlusconi. Gli consente di uscire dal pantano dove è finito. Il Cavaliere non è al massimo del suo consenso a livello internazionale, il vertice di Parigi l'ha solo confermato. Il Capo dello Stato invece ha una credibilità molto alta. Le ripercussioni interne per quella "benedizione" che arriva dal Colle non si fanno attendere. Le riflessioni del presidente della Repubblica vanno in soccorso dell'ala interventista del governo, guidata dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Il quale ha trascorso buona parte della giornata assieme al Capo dello Stato nel capoluogo meneghino. «Concordo pienamente con Napolitano con cui mi sono intrattenuto a Milano. Ha detto che non bisogna avere timori soprattutto quando si tratta di cose giuste», dice La Russa. Quindi conferma che il governo «sta dimostrando equilibrio e moderazione». «Abbiamo deciso di intervenire dopo la risoluzione dell'Onu - ragiona il ministro di destra - e abbiamo scelto di non offrire solo le basi». «Non abbiamo ritenuto - rimarca il titolare della Difesa - che fosse giusto offrire chiavi di casa agli amici dell'alleanza e stare a guardare e questo perché è importante partecipare alle decisioni su cosa avviene a casa nostra e perché quando si esaurirà questa vicenda ce ne sarà un'altra: quella della gestione dei flussi migratori. Solo partecipando - spiega - avremo autorevolezza per pretendere che, esaurita l'emergenza Gheddafi, la comunità internazionale si adoperi con eguale forza per condividere la gestione del fenomeno immigrazione».
Napolitano va alla guerra

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