C’era una volta l’opposizione. Anzi, c’erano una volta le opposizioni. Cosa è rimasto dell’una o delle altre dopo il 14 dicembre, quando tentarono di abbattere il Cavaliere nell’aula di Montecitorio, al seguito del presidente dell’assemblea, mancando l’obbiettivo per tre voti? Sembrava un’armata, pronta a tramutarsi in un governo del quale si sprecavano i nomi. Chi lo voleva "di tregua", chi "di responsabilità", chi "di emergenza", chi "di liberazione", naturalmente dall’odiato usurpatore, o "ladro di democrazia" e "criminale", come il solito Di Pietro definì quel giorno a squarcia gola il presidente del Consiglio senza incorrere in alcun richiamo del presidente della Camera. Che era evidentemente distratto in quel momento dal sogno di proclamare di lì a poco la sfiducia. Quell’armata ha fatto una fine ancora più rapida e ingloriosa delle altre che l’avevano preceduta, e che almeno avevano partorito un po’ di mostriciattoli ministeriali sotto le insegne prima dell’Ulivo e poi dell'Unione. Non passa quasi giorno che questo o quel gruppo d’opposizione non debba registrare perdite, o non debba addirittura scomparire, com’è accaduto a quello dei finiani al Senato, esploso con i mortaretti del congresso addirittura fondativo di un partito che, a dispetto del suo nome, è già rimasto senza futuro e libertà. Senza futuro perché i sondaggi lo avvicinano sempre di più alla consistenza di qualche prefisso telefonico e senza libertà perché la prima cosa che gli è mancata è stata una scelta consapevole, e appunto libera, dei suoi dirigenti. Essi sono stati tutti nominati, tra le contestazioni generali, da un presidente autosospesosi dalla carica, alla faccia dell’autoritarismo del quale Fini si sentiva vittima nei mesi di convivenza con Berlusconi nel Popolo della libertà. Non c’è un tema, a parte l’odio per il Cavaliere, sul quale i naufraghi dell’opposizione riescano a trovare un accordo o a indicare una proposta che sia praticabile e alternativa a quella del governo. Il quale non godrà certamente di una salute eccellente, visti anche i bombardamenti giudiziari sul presidente del Consiglio, che dal canto suo non si risparmia purtroppo errori di stile e di contenuto, ma sta sicuramente meglio di tutti quegli sbandati che vorrebbero fargli la pelle. Anche le elezioni anticipate che le opposizioni ora reclamano, facendo credere di poter fare nelle urne meglio che nelle aule parlamentari, hanno in realtà il suono di una moneta falsa. Così come falsa è la mobilitazione che, a corto di altro, Di Pietro sta cercando di organizzare e valorizzare attorno ai referendum da lui stesso promossi per la prossima primavera, soprattutto quello abrogativo del cosiddetto legittimo impedimento: un referendum "contro Berlusconi" di cui egli reclama, insieme con Bersani, Franceschini, Bindi e compagni, l’abbinamento ai ballottaggi amministrativi di fine maggio per sfuggire alla più meritevole voglia di mare degli elettori nell’ultima domenica utile di giugno già indicata dal ministro dell’Interno: il 12. Ma è un referendum farsesco, che solo in un sistema impazzito come il nostro poteva essere confermato nei giorni scorsi dalla Cassazione. Esso riguarda infatti una legge che, già amputata degli arti dalla Corte Costituzionale, decadrebbe da sé quattro mesi dopo il voto referendario: quattro mesi, di cui due di ferie per i tribunali, dove i processi al Cavaliere saranno bloccati dagli impedimenti non dell’imputato ma dei magistrati e affini. È tutto da ridere.
Opposizione disintegrata

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