Politica

Elogio di Fassino

Onore a quello spilungone di Piero Fassino, anche se non riesce a sorridere neppure quando gli amici cercano di sfotterlo chiamandolo simpaticamente Grissino, o Stecchino. Ah, se fossero tutti come lui gli ex o post-comunisti, o come diavolo preferiscono essere definiti i politici provenienti dal Pci e dalle edizioni successive, poi confluiti con i reduci della sinistra democristiana nel Pd oggi guidato da Pier Luigi Bersani. Per vincere, e alla grande, le primarie per la candidatura della sinistra a sindaco della sua Torino il buon Fassino non ha dovuto nascondere niente del suo passato.   Non ha dovuto fingersi giovane, con i suoi 61 anni e mezzo di età, che comunque non lo fanno certamente vecchio. Né ha dovuto negare di essere mai stato comunista, come fece invece a suo tempo il compagno Walter Veltroni precedendolo nell’assunzione della segreteria di una delle varie «cose» nate dalle ceneri del vecchio partito della falce e martello. Il nostro Grissino non ha dovuto neppure mettersi a corteggiare quei più o meno finti ambientalisti contrari alla Tav per sottrarli alle astiose e paleolitiche risate di Beppe Grillo. Né ha dovuto, o voluto, smentire quella impietosa storia dell’ultimo Pci da lui riscritta in un libro autobiografico che scandalizzò la cosiddetta intelligenza di sinistra. In particolare, egli riconobbe che l’odiato Craxi - sì, proprio lui, Bettino - vide prima e meglio dell’amatissimo Berlinguer - sì, proprio lui, Enrico - la necessità di ammodernare, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, le istituzioni italiane pietrificate nelle regole in vigore dal 1948 per metterle al passo della società. Ed espresse la convinzione che il segretario del Pci, consapevole del sorpasso culturale eseguito su di lui dal leader socialista, giunto non a caso nel 1983 alla guida del governo, esasperò drammaticamente lo scontro sino a cercare di esserne fisicamente travolto. E in qualche modo ne morì pronunciando a Padova nel 1984 l’ennesimo comizio anticraxiano, dopo avere inutilmente contrastato i tagli alla scala mobile apportati dal governo per frenare un’inflazione che divorava il valore reale dei salari.   A chi è tentato di storcere il naso ricordando fatti così lontani converrà riflettere sul coraggio avuto da Fassino assai di recente, quando è esplosa la questione Fiat con la svolta di Sergio Marchionne e i referendum nelle fabbriche di Pomigliano e di Mirafiori. Fassino ha preferito la realistica difesa dei posti di lavoro alle chiacchiere e alla demagogia della Fiom e, tutto sommato, dell’intera Cgil. Che non a caso, dopo avere resistito, o finto di resistere, ha ceduto proprio in questi giorni alla suggestione dell’ennesimo sciopero generale. Fassino ha avuto in questo passaggio decisivo di una vertenza che va ben al di là della Fiat e delle sue fabbriche, essendo in gioco la produttività del sistema industriale italiano nel mercato globalizzato, la lucidità mancata al segretario del suo partito e a quello «statista» che si ritiene a torto Massimo D’Alema. Il quale è giunto a sostenere, pensate un po’, che Fassino a favore di Marchionne può essere compreso in qualità di candidato a sindaco di Torino, non di dirigente del partito. Non mi risulta neppure che nella sua campagna per le primarie a Torino il nostro Grissino abbia sentito il bisogno di farsi largo scimmiottando la Procura di Milano contro Silvio Berlusconi. Gli sono bastati e avanzati i problemi della città, o quelli veri del Paese. Peccato, tuttavia, che una rondine non faccia primavera.

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