Alla nostra cultura laicista, e a quella sua misera ancella che è ormai diventata la rabbiosa e spaurita sinistra, non è stato forse mai assestato un colpo più pacatamente micidiale dell’espressione con cui Bagnasco, nel discorso con cui ha aperto il direttivo della Cei, ha designato quello che non solo per lui, ma per tutti gli italiani di retto sentire, è il vero crimine che spicca al centro della presente degenerazione della lotta politica nel nostro paese. Con questa espressione – «modelli di comportamento radicalmente faziosi» – il capo dei vescovi italiani ha definito quei livorosi maestrini di odio, e nient’altro che odio, che da tre lustri e rotti stanno intossicando non solo la lotta politica ma la nostra stessa vita sociale, e in certi casi persino il clima delle nostre esistenze familiari. Nel suo discorso, naturalmente, Bagnasco i veri destinatari di quell’espressione non li ha esplicitamente nominati. L’omissione di questo dettaglio è tuttavia solo un comprensibile esempio di accortezza diplomatica. A permetterci di individuarli, anzi quasi a obbligarci a riconoscere i loro volti, basta e avanza, infatti, l’inequivocabile eloquenza del severissimo passo che più direttamente li riguarda. «La comunità nazionale – dice il passo in questione – ha indubbiamente una propria robustezza e non si lascia facilmente incantare né distrarre dai propri compiti quotidiani. Tuttavia è possibile che taluni sottili veleni si insinuino nelle psicologie come nelle relazioni, e in tal modo – Dio non voglia! – si affermino modelli mentali e di comportamento radicalmente faziosi. Forse che questo non sarebbe un attentato grave alla coesione sociale? E quale futuro comune potrà risultare, se il terreno in cui il Paese vive rimanesse inquinato? È necessario fermarsi - tutti - in tempo, fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi appropriate, dando ascolto alla voce del Paese che chiede di essere accompagnato con lungimiranza ed efficacia senza avventurismi, a cominciare dal fronte dell’etica della vita, della famiglia, della solidarietà e del lavoro». Queste righe bastano da sole a far capire che per la Chiesa il vero, grande morbo che sta infuriando nel nostro paese non è, affatto lo stile di vita del Cavaliere. Pur non potendo non considerarlo deplorevole, e dunque meritevole di qualche sobria rampogna, esso tuttavia le sembra un sintomo assai meno grave del clima di irriducibile astio e rancore diffuso dai suoi avversari. È del resto facile intuire perché sui piatti della bilancia ecclesiastica la ancora indimostrata gravità dei supposti vizi privati del Cavaliere pesi molto meno delle pretese pubbliche virtù dei suoi ipocriti nemici. È infatti evidente che i vizi del primo, ammesso e non concesso che sia lecito scorgervi davvero qualcosa di immorale, possono riguardare solo gli intimi rapporti dell’uomo Berlusconi con la propria coscienza, e magari con quell’Eterno in cui egli, diversamente dai suoi miscredentissimi nemici confessa da sempre di credere. Ed è ancor più evidente che invece, poiché il principale ed esclusivo prodotto delle pubbliche virtù dei suoi nemici altro appunto non è che il feroce, radicale fanatismo denunciato da Bagnasco, il vero scandalo (politico, morale e culturale) di questa turpe bufera italiana, è la rabbia potenzialmente assassina del partito giustizialista. E poi la Chiesa sa bene che a questo partito il moralismo antiberlusconiano non gli impedisce affatto di coltivare – in rami delicati come la legislazione familiare, l’eutanasia, l’aborto, il matrimonio fra omosessuali – orientamenti perfettamente conformi al più pernicioso dei sogni del nostro tempo: il miraggio del «desiderio» al potere.
Bacchettoni desideranti
