Politica

Il premier: "Avanti lo stesso"

La linea è chiara: mostrare serenità, niente battute fuori posto, dare la sensazione che si va avanti, che non cambia nulla. Il mondo berlusconiano parla per una volta con una sola voce, con lo stesso tono e senza sbavature. Il governo va avanti, la decisione della Consulta non cambia nulla. Il premier continuerà a presentare la lista dei suoi impegni al tribunale. Sarà in parte ricalibrata l'agenda prevedendo più viaggi all'estero, più incontri internazionali che - a rigor di logica - sono anche quelli meno opinabili, meno discutibili. Ma nel complesso nessuno si attende grandi scossoni. E in ogni caso, dovesse presentarsi in aula, è già pronto allo show. È sera quando Fabrizio Cicchitto aspetta l'ascensore in un corridoio di Montecitorio: «Sarà una guerra permanente. I giudici chiameranno Berlusconi, lui dirà che non può, quelli diranno che invece deve andare lo stesso. Ci saranno ricorsi. Ricorsi su ricorsi. Una guerra permanente». Si ferma un attimo, guarda l'interlocutore negli occhi, s'aggiusta gli occhiali e si lascia scappare: «Ma perché? Non è lo stesso film che vediamo da diciassette anni? Dov'è la novità?» E s'infila nella cabina che lo riporterà al piano del suo ufficio. Dice un altro berlusconiano: «Non c'è da temere nemmeno sui processi. Silvio non può essere condannato, sono tutti processi che non stanno in piedi come tutti i precedenti intentati contro di lui. E poi in uno cambia la corte, quindi è a rischio prescisione. Gli altri due sono lontani dalla sentenza». Chi parla con il premier riferisce di averlo sentito tranquillo. E di aver definito la sentenza «un compromesso accettabile». E di essere intenzionato ad andare avanti. In serata Palazzo Chigi fa sapere che il premier non commenta la sentenza. Insomma, il copione prevede il massimo rispetto delle istituzioni. Esattamente il contrario di quanto accaduto dopo la bocciatura del lodo Alfano nell'ottobre del 2009, quando il Cavaliere arrivò pure a dare del comunista a Napolitano. Stavolta resta a casa. Formalmente in silenzio. A commentare la sentenza sono chiamati gli avvocati, Niccolò Ghedini e Piero Longo, con una nota congiunta: «La legge sul legittimo impedimento nel suo impianto generale è stata riconosciuta valida ed efficace e ciò è motivo evidente di soddisfazione». Al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, invece, il compito di fare una valutazione più politica: «È una sentenza che conferma il principio, contenuto nella legge, che l'esercizio della giurisdizione deve tenere conto della funzione di governo. Vi sono, infatti, casi specifici e tipici in cui chi è chiamato a governare può legittimamente far prevalere gli impegni di governo rispetto al processo cui sarebbe chiamato. Ciò - sottolinea il ministro - senza estinguere il processo stesso o fare decorrere il tempo della prescrizione». L'impressione è che i berlusconiani avessero ben chiaro ciò che stesse per succedere. E il commento alla decisione della Consulta è univoco. E ora? Come andare avanti? Il gruppo dei Responsabili è ormai pronto. Il tetto dei venti componenti, il minimo per costituire una nuova formazione a Montecitorio, è raggiunto. All'inizio della prossima settimana ci sarà l'ufficializzazione. Avrà un comitato di reggenza poi si deciderà chi lo guiderà. Due i candidati: Saverio Romano o Silvano Moffa. Uno dei due farà il ministro, l'altro il capogruppo. Poi si lavora all'allargamento. E si lavora in particolare sull'Udc. Come anticipato ieri da Il Tempo, il premier sta cercando di coinvolgere i centristi: una soluzione che piacerebbe a livello internazionale, al Ppe in particolare; e piacerebbe anche alla Chiesa. Casini resiste. «È chiaro che vuole restare sospeso e tirare la corda il più possibile. Sarà una contrattazione punto su punto, provvedimento su provvedimento, millimetro su millimetro. Per il momento non ci sarà nulla di strategico», confessa un berlusconiano doc. Sarà un gioco tra il gatto e il topo. Per un po' il Pdl cercherà di strappare deputati, la cui minaccia o rischio ha portato comunque Casini a offrire un patto di legislatura al premier. Si andrà avanti così certamente fino al 17 marzo, giorno in cui si concluderanno le celebrazioni dell'Unità d'Italia: un po' tutti hanno assicurato al Capo dello Stato che fino a quel giorno faranno i bravi ragazzi. Per dopo tutti si preparano alle elezioni.

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