In questi giorni, diciassette anni fa, Silvio Berlusconi aveva appena deciso di buttarsi in politica sfidando tutti, ma proprio tutti. La lista si apriva con Achille Occhetto, l’ultimo segretario comunista e il primo post-comunista, e la sua «carovana» di presunti progressisti. Che fu chiamata «giocosa macchina da guerra» proprio dopo l’annuncio della discesa in campo del Cavaliere, tanta era la convinzione dei suoi antagonisti di batterlo su un terreno spianato a dovere dai magistrati. Grazie ai quali erano stati sotterrati vivi i vecchi avversari del Pci. Seguiva nella lista l’ultimo segretario democristiano e il primo dei post-democristiani del riesumato Partito Popolare Italiano, Mino Martinazzoli. Che aveva deciso di candidare Mario Segni a Palazzo Chigi, peraltro con l’entusiastico appoggio del buon Indro Montanelli, il mitico direttore del Giornale da lui stesso fondato nel 1974 ma poi venduto proprio al Cavaliere, che ne andava orgoglioso, pur rimettendoci parecchi soldi e spesso anche amici. Martinazzoli, poveretto, non capendo nulla di Berlusconi, della sua ostinazione, della sua imprevedibilità e della sua popolarità, ne aveva liquidato le sollecitazioni ad allestire una coalizione anticomunista di centrodestra con l’offerta di una candidatura da indipendente al Senato. Era la brutta copia della ricetta adottata dalla Dc nell’immediato dopoguerra con Cesare Merzagora, che sarebbe poi diventato presidente del Senato sfiorando una volta la candidatura al Quirinale. Giustamente Berlusconi ci fece sopra una risata. Ve lo immaginate alle prese, nello stesso partito, con Rosy Bindi, attuale presidente del Pd, o con Rosa Russo Iervolino, la regina oggi della spazzatura napoletana? La lista degli sfidati si chiudeva in qualche modo a casa, fra gli amici e i collaboratori più stretti del Cavaliere, come Fedele Confalonieri e Gianni Letta. Essi temevano le ritorsioni dei vecchi signori della politica e dei loro referenti giudiziari contro di lui e il suo gruppo, la Fininvest, già accusati proprio da quella parte di essere cresciuti sotto la protezione dell’uomo diventato ormai il più odiato e perseguitato d’Italia: Bettino Craxi. Che da presidente del Consiglio, con il consenso di Sandro Pertini al Quirinale e l’aiuto di una Dc un po’ riluttante, aveva osato salvare per decreto la televisione libera e commerciale di Berlusconi dalle falci pretorili dell’oscuramento impugnate nell’autunno del 1984 in difesa del monopolio pubblico della Rai. Questa -lo dico ai lettori più giovani, coetanei di quelli che il 14 dicembre scorso hanno messo a ferro e fuoco il centro di Roma mentre Berlusconi salvava il suo governo a Montecitorio dal grottesco assalto del presidente della Camera Gianfranco Fini- è storia, non fantasia. Ricordo ancora come se fosse ieri la mattina in cui Confalonieri, reduce da una riunione con il Cavaliere, mi chiese una previsione sul risultato di un partito di Berlusconi se si fosse presentato alle elezioni. Mi riteneva, evidentemente a torto, un esperto della materia. «Il 10-12 per cento», gli risposi. E lui: «Lo penso anch’io, ma Silvio è convinto del doppio, e più ancora». Avevamo torto noi, ma torto marcio, e ragione il Cavaliere. Il quale nelle elezioni politiche del 27 e 28 marzo 1994 prese con la sua Forza Italia, ancora fresca di nascita, il 21 per cento dei voti: quasi un punto in più del tanto organizzato ex-Pci di Occhetto e dieci in più della ex Dc di Martinazzoli. Meno di due mesi dopo, nelle elezioni del 12 giugno per il rinnovo del Parlamento Europeo, affrontate già da presidente del Consiglio, Berlusconi salì al 30,6 per cento. Vi rendete conto? Anche questa è storia, non fantasia, come pensò al Quirinale in quei giorni Oscar Luigi Scalfaro scambiando per un incubo quella che era la realtà, dopo avere peraltro tentato in tutti i modi di scongiurarla, sino a fissare in una lettera ai limiti della Costituzione i paletti programmatici del primo governo Berlusconi. Sono passati, d’accordo, 17 anni. Anche sulla groppa del Cavaliere, che ne ha più di 74 e fra nove mesi ne compirà 75. Ma immaginarne la resa, e ancor di più la fine, come fanno i suoi vecchi e nuovi avversari, è sbagliato. L’uomo, vedrete, sorprenderà e spiazzerà ancora tutti, nei palazzi della politica o nelle urne, o negli uni e nelle altre se la legislatura dovesse abortire, per quanti sforzi egli stia facendo di scongiurarne l’epilogo anticipato.
Silvio spiazzerà tutti
