Politica

Disuniti sull’unità d’Italia

Il 2011 sarà l’anno del centocinquantesimo dell'unità. Sarà un anno che dovrebbe essere dedicato alla commemorazione: cosa molto diversa dalla celebrazione. Si celebra qualcosa su cui il parere è unanime e condiviso da tutti; altrimenti si commemora, cioè si riporta insieme alla memoria. Celebrare è atto liturgico e retorico; commemorare è atto che comprende senza dubbio l'austerità e il ricordo comune, ma implica una riflessione, un approfondimento, una ridefinizione. Con tutto ciò, come vedete, si arriva a un palmo dalla parola che scandalizza, indigna, fa paura. Revisione. Da «revisione» deriva «revisionismo»: che originariamente, come parola usata nel campo della storia dei trattati diplomatici, qualificava semplicemente l'atteggiamento di chi, ritenendo certi patti ormai stipulati ingiusti o inadatti a risolvere una situazione, oppure ormai desueti, chiedeva che fossero rivisti. Ma, da quando nel congresso di Mosca del 1919, Lenin fondò la Terza Internazionale socialista, quella cioè che assunse il nome corrente di Komintern, si chiamarono ordinariamente «revisionisti» tutti coloro che si permisero di avanzare dubbi sui diktat che provenivano da Mosca. Questa strana storia semantica della parola «revisionismo» ha conosciuto un ultimo capitolo qualche anno fa, quando essa ha cominciato ad essere utilizzata contro tutti coloro che, a vario titolo, esprimono dubbi o propongono prove (autentiche o presunte che siano) atte a sostenere che la versione ormai prevalente e accettata sui fatti che condussero alla Shoah contiene manipolazioni oppure omissioni. Il fatto che tale discussione non sia stata sempre condotta alla luce di un serio metodo storico, ma abbia al contrario dato spazio a falsificazioni o ad equivoci il cui fine ultimo è stato giudicato riduzionistico nei confronti delle responsabilità del regime nazionalsocialista (fino a giungere al vero e proprio «negazionismo», ha contestare cioè la realtà stessa dello sterminio), ha obbligato la discussione a uscire dal piano scientifico e a venir dibattuta in un tanto spiacevole quanto insicuro contesto di natura politica, ideologica e propagandistica. Il risultato di tutto ciò è che il senso del termine «revisionismo» è ulteriormente slittato: oggi, è considerato genericamente «revisionista» chiunque sostenga, su un qualunque avvenimento o una qualunque questione storica, un parere che appare diverso da quello comunemente diffuso. Ma siccome i pareri diffusi rispondono sovente a visioni retoriche, invecchiate, ingenue della storia, càpita di sentir talora trattare, in sede pubblicistica o massmediale, da «revisionista» uno studioso che su un qualunque parere esprime un parere un po' diverso e aarticolato rispetto alla «vulgata». Fino a pochi anni fa, ritenevamo che soltanto sul periodo tra 1919 e 1945, e ancor più sulla «Resistenza» e sulla guerra civile 1943-45, mancasse in Italia una memoria condivisa. Ma già nel 1989, riflettendo sulla rivoluzione francese in occasione del suo secondo centenario e sulle sue ripercussioni italiane, ci eravamo accorti che anche su quell'avvenimento e sui suoi esiti nel nostro paese mancava (manca?) una memoria condivisa. Così, e ce ne siamo resi conto da qualche mese, non siamo affatto d'accordo sul processo d'unità nazionale, sul ruolo dei suoi protagonisti, sulla forma dello stato unitario uscito dal biennio 1859-61, sulla «questione meridionale», sulla «questione romana», sul rapporto tra istanze centralizzatrici e istanze federaliste allora e più tardi espresse. É un male? Nemmeno per idea. Significa semplicemente che, un secolo e mezzo dopo la nascita dello Stato italiano come espressione unitaria della nazione italiana, una «memoria condivisa» ancora non esiste: e che bisogna verificare la possibilità di costruirne una. Dal canto mio, a tale scopo, accetto di correre il rischio di passare per «iper-revisionista» notando come anche per i periodi precedenti si necessario rivedere parametri che con troppa leggerezza abbiamo considerato ormai definitivi. Per esempio, quello stando al quale l'Italia sarebbe passata, dalla seconda metà del Cinquecento alla fine del Settecento, attraverso due secoli e mezzo di «decadenza», di «silenzio», di «vergogna», di «servaggio allo straniero», dai quali solo nel e col Risorgimento si sarebbe riscattata. Una visione del genere, autorevolmente legittimata da Benedetto Croce, non risponde affatto a realtà. Quando il Lamartine visitando l'Italia nel primo Ottocento la vedeva abitata da un «popolo di morti», il fatto è che non conosceva per nulla quel popolo e che faceva l'errore di pensarlo del tutto estraneo a quei grandi italiani del passato che negli stesso venerava. Allo stesso tempo, è abusata la visione che vuol far coincidere i periodi «di grandezza» di una nazione con quelli di gloria, di grandezza e di espansione militare. Non sarebbe il caso di abbandonare questa visione retorica e invecchiata della storia? Nei due secoli nei quali, com'è stato detto, l'Italia fu in balia delle «prepotenze straniere», essa esercitò una specie d'imperialismo artistico, letterario, musicale, stilistico su tutte le corti e le genti d'Europa. Perfino alla corte del sultano si parlava italiano; l'italiano era la lingua della cultura, dell'amore, della musica. Mozart rischiò di farsi espellere dalla corte dell'imperatore Giuseppe II perché non si dimostrava troppo ligio nel piegarsi all'italianismo diffuso e permanente. Gli stessi grandi comandanti militari erano italiani, come Raimondo di Montecuccoli, modenese, o Eugenio di Savoia, di padre francese ma di madre abruzzese. Sono minori queste glorie, per la storia della civiltà, rispetto a quelle delle nazioni che hanno accumulato ricchezze derubando i popoli, massacrandoli e riducendoli in schiavitù? Perché, anche nel recentissimo dibattito sulla storia che ha accompagnato l'ultima riforma della scuola, su tutto ciò non si è aperto un dibattito, anzi si può dire che non si sia detta nemmeno una parola? Signora Gelmini, su quale edizione del benemerito Bignami si sono fondati i Suoi esperti di storia, per organizzare la riformulazione dei vigenti programmi?

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