Politica

Sopravvalutata tv

Il Parlamento è letteralmente fermo. Sarà forse per questo che, negli ultimi tempi, la politica ha concentrato gran parte della propria attenzione sulla televisione. Programmi contestati, conduttori che chiamano a raccolta il popolo dei telespettatori, direttori generali che, qualsiasi cosa facciano, finiscono nel tritacarne. Il tutto senza dimenticare i direttori dei telegiornali che, schiavi del potente di turno, nascondono le notizie o, peggio ancora, sostituiscono giornalisti per futili motivi ideologici. Questo è quello che ci racconta ogni giorno la nostra classe dirigente. Ma è vero? La televisione ha ancora una forza tale da condizionare le scelte degli italiani? Santoro, Minzolini, Fazio, Fede e tutti gli altri che solitamente finiscono sotto i riflettori delle polemiche sono veramente così potenti da dover essere combattuti a tutti i costi e con tutti i mezzi? O la battaglia per il piccolo schermo è solo un altro atto del «teatrino della politica» che poco o niente interessa agli italiani? Lo abbiamo chiesto a sei esperti di televisione. Giornalisti, scrittori, sociologi, massmediologi. Ecco cosa ci hanno risposto. Mario Morcellini - Per il preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’università La Sapienza di Roma i politici «hanno paura della televisione perché hanno un bassissimo livello di contenuti e capacità progettuale. Quindi è colpa loro, se fossero forti, se fossero in grado di tematizzare i media, invece di esserne vittime, la partita sarebbe diversa». «Ma questo - aggiunge - non significa che la televisione non sia rilevante. Noi sappiamo da diverse ricerche consolidate che la televisione è decisiva su tre dimensioni: le persone con basso capitale culturale che nel nostro Paese sono sempre di più; i ceti senza una propria identità (la televisione coltiva il centro della società cioè quelli che, spostandosi a destra o sinistra, da un leader all’altro, possono essere decisivi); poi c’è l’aspetto del linguaggio. Tutti sembrano profondamente impregnati di parole comunicative. Basta vedere il caso di Sarah Scazzi dove, persino nel momento del dolore, la gente utilizza i termini della televisione. Pensate cosa succede per la politica. Quanto poi all’influenza direi che nessuna puntata è in grado di costruire un clima a favore o contro una parte politica. È una questione di lungo periodo». Antonio Noto - Il sondaggista, direttore di Ipr marketing, parte da una considerazione: «Ormai la politica si fa in televisione. La maniera più veloce per far passare un messaggio è sicuramente la tv. Ma c’è un cambiamento: fino a poco tempo fa i partiti politici la approcciavano con un contenuto. In questo momento, invece, si è passati dal contenuto al contenitore. Nel senso che si mette in discussione la veridicità del contenitore». Ma la battaglia sulla tv è così importante? «È chiaro che la televisione non è in cima alla lista dei problemi degli italiani quindi la battaglia sulla tv non è sicuramente prioritaria in questo momento. Ma è altrettanto chiaro che la politica in video genera consenso. Il grande bluff sta nel fatto che molto spesso si confonde l’Auditel con il consenso. La televisione non è il voto politico. Anche perché dall’altra parte non c’è un telespettatore passivo completamente accondiscendente rispetto a quello che vede. Noi confondiamo molto spesso l’Auditel con un voto di consenso. Per il politico l’Auditel è importante perché indica la platea di italiani cui può rivolgersi, ma poi si deve giocare bene il contenuto di ciò che dice. Altrimenti rischia di essere un boomerang». Klaus Davi - Il massmediologo, inventore del canale Youtube Klauscondicio, scommette sul ruolo determinante della televisione in un Paese che conta «il tasso di lettura più basso d’Europa» e in cui «praticamente nessuno legge i giornali». «Purtroppo - spiega - la televisione ricopre ancora un ruolo di traino culturale e politico e quindi ha una sua centralità. In un Paese in cui il tasso di lettura è il più basso d’Europa la tv ha ancora un suo peso anche se poi, ovviamente, la gente è "scafata" e sceglie con la sua testa. Onestamente credo che quando la politica, di qualsiasi colore sia, interviene per bloccare questo o quel programma faccia degli autogol. Anche perché questo si trasforma in un enorme pubblicità per i programmi che si vorrebbe vietare. Sulla vicenda Fazio-Benigni, però, vorrei spezzare una lancia a favore di Masi, perché 250mila euro per un’ospitata sono troppi e il direttore generale fa bene a mettere un veto netto. È una vergogna che ci sia gente che chiede certe cifre». Pietrangelo Buttafuoco - Per il giornalista e scrittore «la televisione non è mai stata tanto influente da incidere sulla politica. Anche se è comunque determinante per sondare gli umori e quelle che possono essere le "direttive" dell’alfabeto ufficiale del momento, dello spirito del tempo». Un esempio su tutti: «Bisogna ricordarsi una regola fondamentale quando si fa l’equazione tra politica e televisione e cioè che la Lega Nord, che non ha mai avuto alcuna rappresentanza politica all’interno della Rai e non ha mai avuto alcuna influenza all’interno di quella che è stata la più grande struttura cultura nazionale, ha mietuto, nonostante questo, successi elettorali. Consensi che hanno sovvertito l’idea che chi controlla il televisore controlla la fabbrica della politica. Certo, la tv incide sicuramente ma su un pubblico ristretto. Da un lato ci sono 5 milioni di italiani chiaramente antiberlusconiani che si militarizzano negli ascolti e determinano il successo di determinate cose. Dall’altra parte c’è l’imbecillità totale della destra che non riesce mai a partorire qualcosa che possa essere altrettanto forte e potente». Gianluca Nicoletti - Il  giornalista, scrittore, conduttore radiofonico e televisivo, si affida ad una metafora: «La politica ha con la televisione lo stesso rapporto che ha con una moglie. Finché sta a casa a testa bassa non ti crea problemi, quando cominci a sentire puzza di corna improvvisamente ti accorgi che è una cosa su cui non hai un potere vero. In questi giorni sta accadendo questo: piccoli segnali di carenza di possesso e subito si scatena la crisi. Lunedì sera da Bruno Vespa c’era il direttore generale della Rai che quasi si sfogava. Come quelli che vanno a piangere dicendo "non so cosa fare, mi mette le corna". C’è una perdita di ruolo. Preferivo la politica in cui era molto chiaro e ben definito il limite del possesso. Chi comandava aveva il suo pezzo di televisione. Oggi chi comanda non può esercitare il suo legittimo "diritto coniugale", non la controlla più, ci sono mille pressioni». Quanto alla capacità di influenzare aggiunge: «La mia sensazione è che la grande massa degli elettori non è tanto influenzata dal politico che va in televisione. Non ci lasciamo incantare che in questi giorni Facebook è pieno di massaie che si schierano con Santoro. È un aspetto folkloristico». Giuseppe De Rita - Lui la televisione non la guarda, ma il sociologo, segretario generale del Censis, è convinto «che la politica faccia bene a preoccuparsi. È evidente che la televisione non sia più quella specie di arma atomica che Bernabei diceva di avere in mano, ma evidentemente è ancora potente». Anche se, aggiunge: «La verità è che il rapporto tra pubblico e televisione sta diventando bidirezionale. Non è ancora quello che una volta si chiamava lo "spirito critico", ma almeno la decodificazione del messaggio comincia ad entrare nella testa degli italiani. Quindi è inutile possedere 25 canali televisivi se poi chi li guarda decodifica il messaggio e molto spesso fa zapping e guarda da un’altra parte. La crescente capacità di decodificare il messaggio che riduce ogni giorno di più il peso politico della televisione. Questo non vuol dire che non ci sia più. Anche se la sensazione è che più gente si occupa di televisione in questa forma, più la gente lo considera un teatrino e preferisce il quiz televisivo piuttosto». C’è paura della tv? «Non è il mezzo che incute paura, ma la capacità di usarlo più o meno spregiudicatamente».

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