Politica

Lo Stivale di Rodomonte

Umberto Bossi fa venire alla mente un personaggio della poesia cavalleresca italiana dei secoli d’oro: il sovrano moro Rodomonte, protagonista, prima, dell’Orlando innamorato e, poi, dell’Orlando furioso. Più esattamente, il capo della Lega, con le sue uscite o per meglio dire con le sue sparate, richiama, rispetto a quello immortalato da Matteo Maria Boiardo, il Rodomonte di Ludovico Ariosto, che, diciamolo francamente, era un fior di attaccabrighe. Sembra proprio di sentire Rodomonte nella replica di Bossi alle dichiarazioni di Fini sull’inesistenza geografica e storica della Padania, articolata più o meno in questi termini: "se ci sono dieci milioni di persone pronte a battersi per la Padania allora è segno che, se pure non c’è uno Stato padano, la Padania esiste".   E sembra, ancora, di sentire Rodomonte nelle provocatorie parole sulla partita fra l’Italia e la Slovacchia ai mondiali. Eppure si tratta di una impressione fuori luogo, perché Bossi non è Rodomonte. Non parla, così, tanto per parlare. È un politico, anzi un politico fine (malgrado le apparenze e il modo di fare da valligiano in trasferta): un politico che sa fiutare gli umori del suo popolo e ad esso sa come rivolgersi. Anche usando un linguaggio paradossale. Si rende conto benissimo, Umberto Bossi, che la sia pur latente minaccia di una secessione delle regioni "virtuose" del nord rispetto a quelle "parassitarie" del sud è uno di quei temi che riescono ad accendere gli animi dei suoi: un "mito", come lo concepiva Georges Sorel, capace di mobilitare le energie delle masse. In realtà, quella minaccia ha lo stesso valore escatologico che aveva l'idea di rivoluzione per i militanti comunisti: la speranza o, meglio ancora, l’attesa di un mondo migliore. Perché possa rimanere sempre viva, questa attesa viene poi, periodicamente, supportata dalla ritualità - raduni, simboli, colori e via dicendo - tipica di una vera e propria "religione laica".   E, anche - perché no? - da una disinvolta lettura della storia passata, non solo e non tanto in termini di "invenzioni" (la Padania, per intenderci), ma anche di vere e proprie "falsificazioni" storiche in tema di Risorgimento. Malgrado l'immagine di "novità" che è riuscito ad accreditarsi, Umberto Bossi è un politico "classico" che conosce bene regole e segreti della politica nei regimi democratici: l’importanza del "gioco al rialzo" nelle promesse fatte agli elettori, il ruolo del "ricatto politico" all'interno della coalizione di maggioranza, l’idea che in politica la "fedeltà" sia una virtù impraticabile. E via dicendo. Regole e segreti che sa amministrare da buon comunicatore del nuovo secolo. Detto tutto questo, bisogna riconoscere che Bossi, con il suo piglio simil-rodomontesco, è riuscito a gettare sul tappeto problemi reali. Prima fra tutti, la questione meridionale. Lo ha fatto in una maniera irritante, funzionale al mondo cui si rivolgeva, ma non di rado forzata. La sua visione "manichea" di un nord tutto luci e di un sud tutto ombre non sta in piedi. È una visione di tipo "virtuistico" come quella che per gran parte della nostra storia del secondo dopoguerra è stata imposta alla cultura italiana dalla egemonica radical-marxista. E lo diciamo, sia chiaro, senza retropensieri perché di marxista in Bossi non c’è nulla. Ma è un fatto. Non si può fare di ogni erba un fascio. E, a ben vedere, la storia della "criminalità" italiana è segnata da truffe, qualche volta "solari", del meridione e da truffe "agghiaccianti", specialmente in campo finanziario, maturate al nord. Che la questione meridionale esista è un fatto per il quale non occorre scomodare la fitta e nobile schiera dei meridionalisti storici. Ma esiste, questa questione, non tanto, o non solo, nei termini di divario tecnologico o di ricchezza o di livello di sviluppo, quanto piuttosto in termini di "mentalità" e di "comportamenti". Quello che succede a Pomigliano è indicativo. C’è una parte del meridione che sembra refrattaria a imboccare la strada della modernizzazione economica e preferisce rimanere ostaggio del demagogismo sindacale. Ma c’è un’altra parte di quel territorio pronta ad accettare le sfide della modernizzazione, a fare sacrifici, a impegnarsi con passione, a lavorare per la costruzione e la difesa della realtà nazionale. Così come - non nascondiamocelo - c'è una parte del settentrione che, piaccia a non piaccia a Bossi, ha concepito, e continua a concepire, il meridione come terra di sfruttamento. In questa situazione, le sparate di Bossi-Rodomonte sulla Padania e sui dieci milioni di persone pronte a difenderla (che assomigliano tristemente e tanto agli "8 milioni di baionette" di infausta memoria) non hanno molto senso. O, se ne hanno, sono di pessimo auspicio. Sul piano, soprattutto, della saldezza e dell’unità morale del paese.

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