Nel fantastico mondo di Pier Luigi Bersani la parola sconfitta non esiste. Neanche la vittoria certo, ma soprattutto la sconfitta. Il giorno dopo, l'analisi del voto regionale da parte del segretario del Pd è un misto tra il teatro dell'assurdo e un film di fantascienza. Già lunedì, mentre Renata Polverini festeggiava a piazza del Popolo e Mercedes Bresso si preparava ad abdicare, Bersani aveva fatto sapere di essere tutto sommato soddisfatto. Una vittoria per 7 a 6, infatti, era impensabile per un partito che, solo pochi mesi fa, era dato per morto. Così ieri, dopo un giro di colloqui con i big democratici, ha deciso di convocare una conferenza stampa al Nazareno e proseguire deciso lungo la propria strada. «Non intendo dopo questo appuntamento elettorale - ha spiegato - cantare vittoria, ma neanche accettare una descrizione dei fatti che assomiglia a una sconfitta nostra e del centrosinistra». Via quindi con un elenco di dati da far impallidire un istituto di ricerca. La sintesi estrema del discorso è su per giù questa: rispetto alle europee di un anno fa il Pd ha tenuto (se si contano le liste collegate ai governatori democratici è addirittura cresciuto leggermente) e la coalizione di centrosinistra ha accorciato la distanza da quella di centrodestra (3,4% contro il 5,6% di un anno fa). Poco importa che il Pd abbia perso, al netto, 800mila voti, il Pdl ne ha persi di più. Se poi qualcuno pensa di puntare sulle sconfitte in Piemonte e in Lazio, ricordi che sono arrivate sul filo di lana e, soprattutto nella Regione conquistata dal leghista Roberto Cota, grazie al gioco di disturbo delle liste di Beppe Grillo. Insomma, anche se ci sono alcune preoccupazioni, i Democratici stanno bene e sono pronti a ripartire da questo risultato per sfidare il governo sul terreno delle riforme («ci siederemo ad ogni tavolo che affronterà i veri problemi dei cittadini») e costruire l'alternativa in vista del 2013. Non ci credete? È tutto vero. Come è tutto vero che nessuno, nel Pd e nelle aree limitrofe, condivide l'analisi rosea del segretario. Anzitutto la minoranza interna che si riunisce in Area Democratica. Ieri sera, prima del coordinamento allargato alla segreteria, Dario Franceschini e i suoi si sono riuniti per fissare la linea. Unanime il giudizio negativo sul voto e l'irritazione per il modo in cui i risultati sono stati presentati, ma per ora il segretario non si tocca anche se è chiaro che occorre cambiare strategia. C'è poi il partito Repubblica che ha visto in un sol colpo spazzati via mesi e mesi di lavoro per cercare di far cadere il Cavaliere. Le campagne mediatiche, le Patrizie D'Addario, le Veroniche Lario, gli appelli di Saviano, i pentiti di mafia e i processi celebrati sul giornale prima che in tribunale, non sono serviti a nulla. E così ieri mattina Massimo Giannini, vicedirettore e firma nobile del quotidiano, ha dovuto alzare bandiera bianca: «Appannato dagli scandali privati, ossessionato dai guai giudiziari, logorato da due anni di non-governo del Paese, Silvio Berlusconi è riuscito in qualche modo a vincere anche queste regionali». Ipse dixit. E anche Antonio Di Pietro e Beppe Grillo non hanno dubbi. «Non è colpa delle liste di Grillo se abbiamo perso in Piemonte - attacca Tonino. Grillo certifica la malattia. Non possiamo prendercela con il termometro se c'è una malattia». Mentre il comico è ancora più duro: «Bersani ha dichiarato che "l'inversione di tendenza c'è tutta". Rimuovetelo al più presto da segretario, delira».
Bersani ha perso ma non lo dice
