Politica

Lazio, ora il decreto

Sulla vicenda Lazio, se l'aspettava. Ma sulla Lombardia, proprio no. Una vera mazzata. Sono da poco passate le cinque del pomeriggio. Berlusconi è a Palazzo Grazioli: a parte registrare qualche spot elettorale, e la cena con alcuni senatori, ha cancellato il resto dell'agenda per rimanere concentrato sul problema liste. I verdetti arrivano a breve distanza l'uno dall'altro: prima il ricorso di Formigoni, respinto. Poi quello del Pdl nel Lazio, idem come sopra. La reazione del premier ovviamente non è delle migliori. Incredulità, rabbia, stupore. Il Cavaliere evita di puntare il dito sui giudici, ma vede con sospetto le troppe "coincidenze" che hanno portato il centrodestra ad essere l'unico penalizzato. Per il premier, innanzitutto, «non è possibile che milioni di elettori del centrodestra siano di fatto esclusi dal voto». Certo, ci sono le responsabilità personali in entrambi i casi, ma c'è troppa carne sul fuoco. E soprattutto, il "puntiglioso" niet della Corte d'Appello di Milano al ricorso di Formigoni, basato essenzialmente su una serie di timbri sbagliati, per i colonnelli di via dell'Umiltà (e per lo stesso premier) apre un nuovo scenario. La situazione è assai più complessa di quanto potesse apparire in primo momento: la sorte di Roberto Formigoni e Renata Polverini (sulla riammissione del suo listino si saprà oggi) è in mano alla magistratura amministrativa ma i Tar di Lazio e Lombardia non si esprimeranno prima di qualche giorno. Nel frattempo, la frittata è fatta. A questo punto occorre intervenire e anche urgentemente. Ma come? Resta l'ipotesi del ricorso al Tar, da fare in entrambe le regioni. Ma è soprattutto su altro che il partito sta ragionando. Torna, infatti, la possibilità di fare un decreto, una leggina ad hoc, ipotesi di cui si è parlato qualche giorno fa e poi messa da parte dallo stesso Berlusconi. Dicono dal Pdl, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata proprio la Lombardia. Ora sono i colonnelli stessi ad essere convinti che il decreto sia la strada giusta (pur avendo chiara la probabile opposizione del Quirinale). Se n'è parlato a lungo ieri pomeriggio nella sede del Pdl, dove sono arrivati tutti in fretta e in furia. E se n'è parlato anche al vertice serale dei tre coordinatori con il presidente del Consiglio. L'idea, raccontano fonti di maggioranza, sarebbe quella di fare oggi prima una riunione con tutto lo stato maggiore del Pdl, dove affrontare la questione. Dopodiché, se la decisione unanime sarà quella di procedere con il decreto, il presidente del Consiglio convocherà un Consiglio dei ministri urgente. «Una cosa è certa: il Pdl non resterà con le mani in mano e farà di tutto per sciogliere i nodi». Linea dura, dunque, come richiesto da Berlusconi. A preoccupare di più, è certamente il caso Lazio, ma di certo la Lombardia si è rivelata per il partito un'arma di attacco. C'è anche un'altra soluzione, allo studio in queste ore: un decreto per rinviare le elezioni, proposto dal Ministero dell'Interno, con cui si potrebbe spostare la data del voto al weekend dopo Pasqua, l'11 e il 12 di aprile. In questo caso, si procederebbe con i ricorsi al Tar e si aspetterebbe l'esito. In questo scenario, si capisce l'allarme lanciato dagli uomini del centrodestra che parlano di «democrazia a rischio per un timbro» (Gasparri) e fiutano puzza di bruciato per l'ammissione in Piemonte di una lista di disturbo a Cota (Calderoli). Non c'è dubbio, per il Cavaliere è davvero un bel rebus.

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